Altre storie. Cose che capitano.

Non torno mai a casa per la strada più breve. A volte faccio finta di perdere l’orientamento e la cosa mi dà sollievo.
Mi piace pensare di perdermi sperando di non essere ritrovata e di apparire, poi, non importa come, al cospetto dei miei, nel momento in cui hanno perso ogni più remota speranza di ritrovarmi.
E sono lì con tutto il loro stupore. Mi guardano increduli, gli occhi sgranati. Un attimo per riprendersi e poi l’abbraccio. Un abbraccio capace di cancellare in pochi secondi quella distanza naturale che la crescita impone. Caldo come un letto al mattino, dopo una gelida notte di febbraio. Ché qui, si sa, a febbraio il freddo taglia la faccia e ti si attacca addosso, come catrame.
Salgo in auto ed accendo la radio. E se sono particolarmente assorta nel mio non voler essere ritrovata, prendo un cd e lo infilo nello stereo. E finché suona mi lascio portare.
L’altra sera, per rientrare, mi sono avviata per un borgo a quindici chilometri da casa, memore del fatto che quando ero ragazzina, proprio lì abitava un ragazzo innamorato di me e veniva a cercarmi in sella alla sua vespa grazie ad una scorciatoia nascosta nella montagna che collegava direttamente casa mia a casa sua. Una volta, era venuto a piedi, perfino. Si chiamava Gianluca. Arrivava sotto la mia finestra con la sua vespa 50 di un color beige indefinito, si sedeva sul muretto e stava lì per ore.
Poi a sera, rimontava in sella e spariva dietro la curva. Mai una parola. L’unica cosa che riusciva a formulare era l’attesa. Un po’ si reggeva il mento con la mano destra, poggiando il gomito sulla gamba corrispondente. Poi passava alla mano sinistra, stessa dinamica. A volte si sdraiava, le mani dietro al collo, in bocca uno stecchino che passava da una parte all’altra. Magari lo ingoia, pensavo guardandolo dalla finestra di camera mia, ma niente, non c’era verso di farlo strozzare.
Quella scorciatoia, nel frattempo, è diventata una strada. Si prende da dietro la chiesa, in salita. C’è subito una curva e poi un’altra. In cima ci sono delle querce isolate. Poi la strada spiana e, sia a destra che a sinistra, si intuiscono alcuni appezzamenti di terra coltivata che solo se visti dall’alto restituiscono all’uomo il senso del suo sudore. Passato il sottopassaggio, inizia la discesa, tra il bosco.
Era talmente buio, l’altra sera, che a mala pena riuscivo a distinguere la sagoma sfrangiata degli alberi. Nero il bosco, nero il cielo.
Poi, d’un tratto, il bosco è sparito, e percorsi due tornanti, ai piedi della corona di montagne che si apre sul davanti, una miriade di luci incastonate nella nebbia tenue e sospesa mi ha condotta verso la città, a valle. È il posto migliore da dove osservare la città, quello. Lo sanno le coppie che si appartano su uno spiazzo di terra ai margini di uno dei tornanti. Protetti dalle ginestre, d’estate si baciano per ore, il bosco alle loro spalle, la città ai loro piedi. “La cartolina”, lo chiamano quel posto e a ben diritto. Casa mia è un paio di tornanti più in giù della Cartolina.
E se per Gianluca era quella la strada più breve per arrivare a casa mia, per me è la più lunga.
Saremmo mai potuti andare d’accordo?

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