Giorno 122

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Adesso c’è questo mood dei residenti del centro storico che si lamentano dei disagi, dell’anarchia che vige indisturbata. Tutto vero, non posso negarlo.
“Siamo rientrati e non possiamo neanche uscire di casa”
La polvere.
Le polveri.
I martelli pneumatici dalla mattina alle sette; i camion uno dietro l’altro ma anche uno sopra l’altro e comunque dove dovresti parcheggiare tu di diritto che li ci vivi ma non hai il garage e che comunque se lo vuoi il garage, lo devi pagare.
Le strisce blu, la cacca dei cani, le bottiglie del giovedì notte, del venerdì, del sabato; la domenica no, vince il divano, dormiamo tutti.
Sotto casa mia, poggiato al muro, c’è un bicchiere di plastica con dentro ancora la cannuccia nera ed il cocktail trasparente che qualcuno aveva lasciato dopo Natale. Ogni mattina controllo che sia ancora lì, ormai mi ci sono affezionata.
Le luci spente, i vicoli inquietanti, una casa viva le altre morte. Percorri strade che sembrano sorrisi cariati.
La precarietà, l’attesa.
I muratori che bestemmiano dalla mattina alla sera non sai in quale lingua ma da come imprecano stanno sicuramente tirando giù il calendario.
Gli orsogrill che spuntano come i funghi. “E che cazzo, e mo’ che giro devo rifa’? A sapello la spesa l’andavo a fa’ ieri”
I carichi appesi alle gru che rasentano il balcone della cucina che prima o poi lo fanno fuori e forse è il caso che sposto l’alberello rotondo sull’altro balcone almeno se deve morire muore per cause non attribuibili alla ricostruzione.
Io ho il cantiere dei sottoservizi sotto casa da oltre un mese credo. Le finestre le apro la sera. I panni li stendo dentro. Il sabato dopo pranzo, anziché mettermi sul letto come d’abitudine, vado in palestra ché di dormire con le ruspe in camera non è impresa facile.
Ogni tanto scrivo su Facebook delle mie vicissitudini quotidiane in centro, ovviamente con una nota di ilarità perché io in centro non ci vivevo ed è stata una mia scelta andarci ben sapendo che sarebbe stato disagevole. Una scelta costosa e non solo perché pago un affitto che prima non pagavo ma perché ho lasciato mia madre da sola e la cosa mi pesa da morire.
C’è un fatto però che ha perorato la mia decisione, un fatto legato all’amore per questa città, un amore che non può essere solo mio ma che ho il dovere di trasmettere ai miei figli che sono italiani ma anche croati.
Anche loro amano L’Aquila, per carità. Ma cos’è per loro L’Aquila? La scuola, il campo da rugby, il supermercato, casa della nonna, casa degli amici, il centro commerciale, la piscina, il Fattori. E poi? E poi, cos’è davvero L’Aquila loro non lo sapevano fino a che non gliel’ho fatta toccare, annusare, percorrere. I vicoli, le piazze, le fontane, le chiese, le bifore, i cortili, i palazzi, i portici, le scalinate, le salite/discese, i sanpietrini, gli scorci che si illuminano al calar del sole di un colore talmente caldo che ti si appiccica addosso come il catrame.
Oggi loro sanno cos’è L’Aquila e anche se spesso la sera prima di dormire sentono “i rumori” e si mettono paura, anche se intorno hanno solo palazzi impacchettati, anche se vivono a due passi da Via delle Streghe, ecco loro oggi L’Aquila non la lascerebbero per nulla al mondo, neanche quando mi scoraggio e urlo che me ne voglio andare. Oggi loro mi dicono “vogliamo crescere insieme a lei”. E se loro ci credono, devo crederci anche io.

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