Giorno 329

 

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Il sole imbocca da basso Via Garibaldi. L’aria è arancione e subito si percepisce che, finalmente, sarà una giornata calda.
È sabato mattina e per strada si coglie già una certa lentezza persino negli operai che camminano in mezzo e si scansano all’ultimo momento. Vanno al bar all’angolo, lo Spritz, a fare colazione, le mani in tasca i capelli imbiancati dalla polvere, gli occhi giovani ma carichi di fatica.
Sulla destra un uomo accaldato sta spazzando la soglia del Public Enemy, la serranda è a metà; dietro di lui il buio, come se la vita si fosse fermata alle due della notte appena passata, in attesa di riprendere, col buio, nuovi colori.
Davanti a lui un cane dorme sul fianco con le gambe lunghe, sembra si stia stiracchiando. E invece è lì immobile sulla soglia di Braci e Abbacchi tra i vasi delle piante ed il profumo di cucina che lui, di certo, ancora percepisce e nel sonno confonde con il cibo.
Qualcuno sta entrando nella pasticceria di Manieri rapito dall’aroma di vaniglia.
Anche la macelleria è aperta e già c’è gente. Scorgo il padrone, dietro il bancone è gioviale, si vede ed energico.
Paola, invece, siede davanti alla sua nuova avventura, carica di aspettative e di tutto il successo che merita. La incontro spesso, rientrando a casa. Due parole al volo ed un bacio soffiato con le mani ché ogni volta che passo c’è sempre un camion che mi segue o un furgone.
Stratta è ancora chiuso ovviamente e lo sono anche Pantasima, Anbra e Bruno’s ed il locale più giù sulla sinistra, dopo Piazza Chiarino.
A casa mi aspetta Rocco che forse ancora dorme. Parcheggio su Via Cascina, ché davanti casa due famiglie di laureandi ospiti di Aspetta Primavera, stanno salendo in macchina diretti all’Università. Sono chiassosi ed impacciati e trasmettono speranza ed allegria. Li vedo quei padri e quelle madri commuoversi mentre i figli sciorinano la tesi davanti alla commissione; sento l’infinitezza della loro gioia ed il lungo sospiro di un capitolo che si chiude, in una città che, a volte, ancora trema.
Sulle scale incontro la padrona di casa; mi chiede se ho bisogno di qualcosa, sta andando a fare la spesa. Mi ricorda che ho il suo termometro, “attenta a non romperlo che è l’unico che funziona!”.
Più tardi, quando l’avrò sentita rientrare, glielo restituirò insieme all’uncinetto che mi aveva prestato con fuori ancora la neve. Lei mi chiederà di seguirla in cucina e mi offrirà un pezzo di crostata ed io non potrò rinunciarvi.
Entro piano, Rocco è a letto.
Il sabato è un gran giorno penso e da questa sera voglio uscire su questa strada, salutare tutti quelli che incontro, portarmi i figli dietro o lasciarli dentro, come vogliono loro, ché in fondo per strada è come fossi a casa.

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