Atre storie. Di Padre Sabatino e i gatti.

Quando nella piazza antistante la basilica del Paese di Sotto, l’odore di cucina si faceva più intenso dello scarico dei motorini, in quel preciso istante capivo che Padre Sabatino stava preparando il pranzo.
Bastava chiudessi gli occhi che riuscivo persino a sentire il profumo di casa, della domenica, quando mia madre avviava il sugo a fuoco lento e lo lasciava andare tutta la mattinata fino a che la pentola non restava segnata da una riga rosso intenso di pomodoro rappreso.
Due dita più giù, la danza scomposta del bollore esortava la mano ad intingere un pezzo di pane ed ingoiarlo furtivamente a costo di pelarsi la lingua. Un dolore moralmente più sostenibile di quello inferto da una cucchiaiata di legno sulle dita. Secca, pungente e di traverso come lo sguardo di mia madre.
La presenza di Padre Sabatino era comunque testimoniata da una colorata colonia di gatti che al primo rimestio di tegame raggiungeva la cucina dei francescani da ogni parte della piazza.
I gatti e Padre Sabatino erano una cosa sola.
Uno alla volta se li prendeva sulla spalla e s’incamminava verso il mercato a scegliere le primizie del giorno.
Ormai la gente si era abituata a quello strano frate e ai gatti che lo seguivano come anatroccoli. E se all’inizio lo guardavano tutti con lo sprezzo negli occhi, con l’andare del tempo avevano persino preso a rispettarlo.
A me quel frate aveva aperto il cuore. Sapeva parlare anche agli uomini, non solo ai gatti. E sempre parole di conforto. Delicate e mai gratuite.
Tuttavia i gatti più degli uomini sapevano approfittare di quell’animo generoso per rimediare avanzi e carezze, che quelle ce n’erano per tutti. E cure, che le epidemie a quelle temperature non fanno in tempo a passare che già si forgiano in disgrazie di altro nome. Quando un gatto moriva, Padre Sabatino soffriva come se avesse perduto un figlio.
Me lo ricordo ancora agitarsi per i medicinali che tardavano ad arrivare.
S’era fatto spedire dal Paese di Sopra un pacco di antibiotici, cortisone, vermifughi, antimicotici, disinfettanti, garze.
Persino il collirio in crema per la congiuntivite, i prodotti per le pulci e le siringhe, che i gatti non sono avvezzi ad ingoiare le pasticche. Le medicine gliele devi iniettare.
Una volta capitò a me di fare l’infermiere. Mi disse che la pelle del gatto è dura, non è come la nostra e che sarebbe bastato alzare con l’indice e il medio la collottola e poi con determinazione infilare l’ago della siringa.
Al primo tentativo passai i due lembi di pelle da parte a parte. Poi mi suggerì, una volta inserito l’ago, di lasciare la presa cosicché la pelle, distendendosi, avrebbe impedito all’ago di bucare anche l’altro lembo.
E così fu. Ed io mi sentii fiero del mio coraggio. E di aver contribuito a curare una povera bestia.
I periodi più difficili dell’anno erano la fine dell’inverno, che le gatte figliavano e allora doveva stare dietro alle mamme ed ai cuccioli che non li prendessero a sassate e l’autunno foriero di un’infezione alle vie respiratorie che ogni anno seminava vittime e brutti ricordi.
Quando i gatti non venivano da soli, Padre Sabatino andava a cercarseli nei posti più impensabili. Quanti ne aveva salvati dai motori delle autovetture dove i felini salgono attraverso le ruote anteriori per cercare un po’ di tepore, rimanendo orribilmente incastrati. O raccolti dai cassoni della spazzatura. O sottratti dal traffico delle strade, ammucchiati in buste di plastica strozzate come gallinacci.
Il dolore gli saliva fino al cervello. La crudeltà dell’uomo lo rendeva pazzo.
E intanto i gatti si intrufolavano mentre lui cucinava. Se li ritrovava tra le gambe a strusciarsi sulla punta delle zampe. E per un attimo dimenticava cattiverie e sofferenza.
I gatti lo rispettavano. Non saltavano sul tavolo della cucina o sul piano di lavoro. Restavano lì tra i piedi a miagolare la loro fame e a fare le fusa che prima o poi qualcosa sarebbe arrivato.
Ogni sera un privilegiato si addormentava sui piedi di Padre Sabatino. Mai lo stesso che a turno, il letto, tutti dovevano provarlo.
Non aveva infatti un gatto preferito. Erano tutti uguali. Tutti allo stesso modo bisognosi di affetto, di cibo, di cure.
A volte le sue attenzioni si concentravano su uno in particolare ma solo perché era malato o aveva subito maltrattamenti e allora andava riabituato al contatto con l’essere umano. O disumano, come spesso diceva Sabatino.
La notizia del suo trasferimento in un’altra Basilica arrivò una mattina di marzo, in concomitanza con l’arrivo delle prime cucciolate, mentre Padre Sabatino era intento a sminuzzare lentamente un battuto di odori per il sugo.
Fu io a dirgli che la mensa della Basilica di Altrove era rimasta senza cuoco e che sarebbe dovuto andare lì a fare scuola ai giovani francescani rimasti orfani di Padre Giorgio, perché imparassero a fare i cuochi e a prendersi cura della mensa.
Sabatino rimase apparentemente impassibile. Se non fosse stato per il coltello che aveva per le mani, di colpo veloce come un minipimer elettrico, sembrava perfino averla presa bene.
Nessuno di noi sapeva quanto a lungo sarebbe durata la sua assenza. E lui neanche lo chiese.
Prese le sue povere cose, una valigia mezza vuota con dentro i cambi di biancheria, un cardigan marrone di due taglie più grande, la foto plastificata dei sui genitori con lui bambino nel mezzo, un pacco di lettere della sorella, una Bibbia e il suo libro preferito, “La fattoria degli animali” di George Orwell.
Salutò i suoi compagni velocemente, me per primo. Poi si fermò sul retro della mensa dove la colonia attendeva ignara l’ultima dose di amore e cibo.
Tutti con la coda dritta a fare la pasta con le zampette. Li salutò uno per uno. E pianse.
Silenziose lacrime e copiose solcavano il percorso delle sue fatiche disegnate sul volto dal passaggio impietoso degli anni.
Si allontanò a passo svelto. Quasi scappando. Alcuni gatti lo seguirono fino alla macchina che lo attendeva in fondo alla strada per accompagnarlo in stazione. Un lembo di saio rimase incastrato nella portiera ma Sabatino, morso dal dolore e dalla fretta di fuggire senza guardarsi indietro, parve non accorgersene neanche.
Per lunghe notti non chiuse occhio pensando ai gatti che aveva lasciato. Una nuova colonia, intanto, andava spontaneamente organizzandosi nei dintorni della Basilica di Altrove.
Alcuni giorni dopo il trasferimento di Padre Sabatino, improvvisamente scomparvero i gatti della mensa della Basilica di Sotto.
Alcuni di noi, i più ingenui, presero a dire che la colonia aveva seguito le tracce di Sabatino evocando quelle storie di animali rimasti soli che raggiungono le tombe dei padroni a chilometri di distanza.
Il sogno romantico si infranse amaramente la domenica di Pasqua. Su un prato non lontano dalla Basilica di Sotto, tra una folta distesa di forasacchi, la sorte dell’intera colonia ricalcava quella di nostro Signore Gesù Cristo.
19 croci, le ho contate, ficcate nella terra. 19 bestiole crocifisse, per gioco forse o per dispetto. Di quell’orrore Padre Sabatino non seppe mai nulla.
Noi, convenimmo il silenzio. E lui non chiese, per paura di sapere. Non tornò mai più, tuttavia.

 

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