Altre storie. Dalla nave.

26 aprile 2013

L’importante ora, è partire.  Partire è uguale a respirare. Perché l’aria qui è satura. Gonfia di attesa. Si vive sospesi all’Aquila, oggi. O meglio, si sopravvive.

O forse abbiamo imparato a trattenerci in attesa di un futuro che tarda ad arrivare. Dimenticando, per rassegnazione o per istinto, che esiste un presente.

Ecco, partire equivale a restituirsi un presente.
Perché in questo limbo di tubi innocenti, il presente ci scappa dalle mani.
Perché non è il presente che abbiamo scelto.  Questo ci è piombato addosso, non ci appartiene.

Viviamo perché deve pure arrivare il presente che vogliamo. Viviamo perché un presente lo abbiamo avuto ed era quello che volevamo. Nulla di più.

Ed ora che è passato, ci fissiamo a guardarlo con gli occhi carichi di rimpianto. Respirandolo nell’aria come cani affamati. Inseguendo un punto indefinito, lontano. Cosa, di preciso, non ci è chiaro. Basta solo che sia diverso da oggi.

Patiamo, allora, solo per stupirci di un presente che altrove esiste.
E ci riempiamo i polmoni. Respiriamo i colori, gli umori, i muri illesi, le strade piene di gente, i bar nelle piazze, i vecchi sulle panchine, le isole pedonali, le file alle fermate degli autobus, i negozi del centro, i mercati nella piazze. I manifesti che annunciano la festa. Ché all’Aquila sono ancora lì nelle bacheche, inchiodati al 6 Aprile 2009.

E se per gli altri è solo presente magari anche noioso, per noi è qualcosa che non c’è più. E proviamo a rubarlo altrove se vogliamo credere ancora al futuro.

Allora partiamo. Stacchiamo la spina. Riempiamo quell’orribile buco in cui stiamo galleggiando, quel che basta a trattenere l’apnea fino al prossimo viaggio.
Al prossimo respiro. Fatica e sudore. E il bisogno di illudersi.

Di chiudere gli occhi e ritrovarci nel presente che vorremmo. Senza impalcature, ferite, puzzo di muffa. E quel gelo innaturale che esalano i vicoli inermi. Sempre a ricordare che da lì, è passata la morte.

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