It is much worse

Uma, la cana, si ferma su via Garibaldi, all’incrocio con Via Cascina. Stanno salendo due persone di una certa età, visibilmente straniere.
Lui indossa un kway fuori misura, blu e nero, sopra una camicia a scacchi da boscaiolo, i pantaloni di velluto a costine ed un paio di sandali, senza calze.
Lei un kway rosa shocking, abbottonato fino al collo, una gonna a fiorellini su sfondo nero ed un paio di sandali. Anche lei è senza calze ed ha uno smalto rosa ai piedi che riprende il colore della giacca.
Saranno americani, penso, o forse inglesi.
Entrambi hanno i capelli grigi, lei porta gli occhiali, lui no.
Uma tira un pochino e si avvicina in cerca di carezze, come suo solito. Lei sorride e la accoglie. Mi guarda, sempre sorridendo, si china ad accarezzare la cana che le sta leccando i piedi e mormora un timido Hallo! con la o stretta che quasi sembra una u.
Sono inglesi, definitivamente.
Rispondo Hallo! allungando e stringendo la o, per essere ospitale.
Poi lei sospira, mi guarda negli occhi e mi dice, trafelata: oh, è molto peggio di quello che pensavo!
Ed io, le rispondo: oh no, it is much better! È molto meglio!
È stato molto forte? Chiede lui.
Sì, rispondo.
Mi perdoni per la domanda, continua, ma dalle nostre parti non siamo abituati al terremoto e allora non riesco a capacitarmi di quanta forza ci sia voluta per buttare giù tutte queste case.
Di dove siete? Southern England, rispondono insieme. Siamo una specie di architetti, degli urbanisti precisa lei.
Come mai siete qui?
Siamo con un gruppo di colleghi, a vedere come ricostruite. Ci vorrà ancora molto tempo, aggiunge.
Allora spiego che L’Aquila non è solo il centro e che la periferia è stata ricostruita e che comunque non ci siamo mai fermati.
Lui fa di sì con la testa e chiede timidamente se c’è un posto dove mangiare, nelle vicinanze.
Siete sulla strada giusta, avete solo l’imbarazzo della scelta, rispondo.
Ci salutiamo, lei accarezza la cana, incanta la testa e mi lancia un affettuoso/ tenero Good luck!
Nice to meet you. Nice to meet you too. Ci accomiatiamo.
Un ultimo sguardo mentre apro il cancello: stanno ancora camminando lentamente su via Garibaldi, lui ha le mani dietro la schiena, lei indica qualcosa davanti a loro.
Salgo, mangio una cosa al volo, in piedi; non ho molta fame. Passo lo straccio per tutta casa, dopo aver sedato la cana con un pezzo di baguette. I ragazzi giocano, stranamente senza litigare. Finalmente mi siedo e vedo la prima pipì dove avevo appena passato lo straccio. Produce ettolitri di pipì questa cana, penso. Pulisco di nuovo e mi siedo. La cana gira nervosa intorno al poggia piedi e molla pure la pupù. La guardo male, ma no le devo strillare ha detto l’addestratore, a questa età non controllano ancora gli sfinteri, come i bambini. Ne aveva già fatto un quantitativo soddisfacente fuori, comunque. Fa niente, pulisco anche la pupù. Mi siedo, accendo la televisione e mi vengono in mente i due urbanisti dell’Inghilterra meridionale, come erano stupiti, come mi guardavano.
Ho avuto l’impressione che stessero provando pena per noi.
Quando invece qui, la vita va avanti talmente velocemente che non fai in tempo a passare lo straccio che già devi ripulire.

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