UN FIGLIO

Un figlio arriva, un giorno.
Si pianta nella tua pancia, nelle tue viscere.
Succhia il tuo sangue e cresce, dolcemente, arrotondandoti il cuore prima che i fianchi.
Al primo vagito è già amore infinito.
Sembra che non hai mai provato un amore così grande.
Perché è così.
Un amore tanto profondo, è vero, lo provi solo per un figlio. Per tuo figlio.
Lo attacchi al seno, lo stringi al petto.
La notte soppesi ogni suo respiro.
Vegli su di lui perché il sonno sia sereno e morbido.
Perché lui possa avvertire il calore della tua presenza e sentirsi ancora nel tuo grembo. Protetto.
Un figlio cresce, e tu con lui.
Lo vedi camminare per la prima volta e ti escono le lacrime.
Piccoli grandi passi.
È appena iniziata la sua strada.
Sgambetta, ride, muove le braccia. Ti viene incontro perché vuole solo te, “e dammi la mano, mamma, cammina con me”.
Non gli basti mai, a un figlio.
“Mamma, guarda!”.
Lacrime, risate, capricci.
E intanto cresce e tu con lui.
È impegnativo, a volte credi di non farcela. Eppure ce l’hanno fatta tutte e tu non sei da meno.
E tu vuoi solo il meglio per tuo figlio. Gioia, serenità, stabilità emotiva, salute. E amore, amore in tutte le sue forme.
E man mano che cresce, tu diventi una lupa.
Gli insegni le cose della vita leggendogli le favole, perché le parole gli si stampino nella testa nelle ore di sonno.
Lo sgridi quando non vuole capire, perché a volte proprio non ce la fai solo con le parole.
Ti impunti, e pretendi di essere ascoltata e lo fai perché gli stai dicendo che la vita funziona quando ci si dà delle regole e le si accetta. E non si tratta di essere supini. L’obbedienza delle regole è il primo passo verso la propria libertà. Perché libertà non vuol dire anarchia. Ma rispetto, di se stessi e degli altri.
Gli insegni che “io” non esiste.
Che la gelosia e l’invidia sono malattie dell’anima.
Che non si può sempre chiedere ma che bisogna anche dare.
Che la vita è bella, eccome se lo è. E te la devi comunque guadagnare, un millimetro alla volta.
E poi, capita che oltre la vita, ti tocca fargli capire la morte. E lì, lo vedi scettico, non capisce, “ma che è sta morte, dove si va a finire?”.
E allora devi fargli capire ed accettare che le persone continuano a viverti dentro attraverso i ricordi e che l’amore che ci hanno donato non muore mai ed è capace di rinnovarsi continuamente, anche solo guardando una fotografia.
Fai del tutto per raccontargli te stessa, attraverso la musica, gli aneddoti, i vestiti e i tagli di capelli.
E gioisci quando lo senti cantare a squarciagola una canzone degli anni settanta e ricordarsi tutte le parole e correggerti se sbagli.
Arriva, poi, il momento di parlargli del sesso e, Dio mio le risate per soffocare l’imbarazzo. E non trovi le parole per rispondere a domande che neanche ti aspetti.
“Tu l’hai fatto, mamma?”
Lui fa finta di capire tutto e forse è vero o più o meno vero.
Gli spieghi che il sesso più bello è comunque legato all’amore e che quando troverà una ragazza con la quale crescere insieme, allora capirà la meraviglia e sentirà scoppiare il cuore e i pensieri andare in giro da soli, leggeri, profumati.
Poi un giorno, tra una margherita ed una fetta di torta di mele, provi a dirgli che con suo padre non va, non va proprio e che, diavolo, ce l’abbiamo messa tutta ma non ce la possiamo fare.
Lui ti guarda. E tenta subito la riconciliazione come se fosse una cosa a lui dovuta. Come effettivamente dovrebbe essere, perché ciascun figlio ha diritto di crescere con un padre ed una madre.
E allora tenti di spiegargli che la separazione è la cosa migliore per tutti e che lui non sentirà più i genitori riprendersi a vicenda.
Che verranno momenti difficili ma che sapremo comunque risolverli.
Che troveremo l’equilibrio nonostante la corda sia sottile e in alto, molto in alto.
Tenti di convincerlo e magari credi di esserci pure riuscita. Ti culli dietro il fatto che lui sia molto più maturo della sua età.
Sta reagendo bene, il mio ragazzo. Si, ce la faremo.
Poi un giorno, lo vedi piangere, senza motivo.
Gli chiedi cosa abbia fatto e se ha voglia di parlare con te, un pochino.
E lui si rifiuta. E tu non sai che fare.
Lo guardi, impotente.
Vorresti abbracciarlo, stringerlo forte a te, infondergli coraggio, trasmettergli certezze.
Ma lui è ostinato e non ti vuole tra i piedi.
Solo, nel suo dolore, sta cercando la forza di reagire.
Masticando amaro e sputando lacrime di nascosto.
E mentre tu ingoi le prime schegge di vetro lui continua a crescere.
Piantando i primi paletti.
E tu sai che solo quando il recinto sarà terminato, allora sarai di nuovo la benvenuta.

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