13 LUGLIO 2003

Sono rimasta incinta del mio primogenito Riccardo, lontana da casa, su un’isola croata, quando nessuno qui all’Aquila, neanche sapeva che fossi innamorata. Non lo sapeva la mia famiglia, non lo sapevano i miei amici. Ero fuori per un periodo, questo sì, lo sapevano tutti.

Della vita che germogliava nel mio ventre, io ho avuto immediata contezza ancor prima del test, delle analisi e dell’ecografia.

Ho saputo di aspettare un bambino nello stesso momento in cui il miracolo stava accadendo dentro di me; e la stessa meraviglia si è ripetuta con Rocco, il mio secondogenito. 

Sono andata dal ginecologo in una bellissima giornata di fine giugno, mentre tutto intorno evocava gioia e speranza.

Quando il medico mi disse che sì, ero incinta, scoppiai in lacrime. Ci abbracciammo forte, il mio fidanzato Goran ed io, e camminammo a lungo come ubriachi, mano nella mano, senza neanche sapere dove eravamo diretti. 

Poi ci sedemmo in un bar e convenimmo che avremmo dovuto dirlo alle nostre famiglie, prima di tutti e poi agli amici. La prima a saperlo fu Ingrid, la sorella di Goran, che ci raggiunse in men che non si dica. 

Ai genitori lo avremmo detto a voce, al rientro, la sera stessa.

Io chiamai prima le mie cugine e poi le mie due amiche di sempre.

Dirlo ai miei mi risultava un po’ difficile, vista la distanza. Così nel pomeriggio chiamai mio fratello e lo invitai a sedersi perché stavo per dargli una notizia strabiliante. 

Mio fratello non si scompose. Mi chiese, prima di sapere come stavo, se conoscessi il padre di mio figlio, ridacchiando. “È già tanto!”,  commentò alla mia risposta stizzita, poi mi disse di stare serena che mi avrebbe preparato la strada con mamma e papà. 

Quando annunciammo ai genitori di Goran la lieta novella, fu una vera festa. Sembravano incontenibili, anzi lo erano. Mi presero la testa e mi baciarono entrambi sulla fronte; stappammo una bottiglia di vino e Petar, il mio futuro suocero prese a massaggiarmi i piedi con un unguento giallo, profumatissimo, mentre chiacchieravamo di qualsiasi cosa ci venisse in mente.

Tutto bellissimo ma andammo a dormire con l’ansia della reazione dei miei genitori. Mia madre sarebbe svenuta, pensavo. Mio padre no, sicuramente avrebbe sdrammatizzato. Magari sì o forse no. Avrei comunque voluto essere io a dirglielo. Chissà le facce!

Mio fratello chiamò l’indomani mattina, di buonora. “Tutto ok!” esordì. “Mamma si è messa a piangere ma non per la gioia. In realtà ha paura che tu sia rimasta incinta di un debosciato. Papà l’ha rimessa in sesto dicendo che comunque era una bella notizia e comunque sarebbe potuto succedere anche prima! In fondo avevo trentatré anni e il bambino lo avrei potuto benissimo crescere da sola, qualora non avessi voluto sposarmi.” 

Bella considerazione di me che hanno i miei, pensai. Andava comunque bene; intanto lo avevano saputo e la sera mi avrebbero telefonato. 

Era stato più difficile trattenere nostra nonna al di fuori dalla stanza, disse mio fratello, tanto che alla sua terza incursione nello studio di papà dove si stava svolgendo il meeting carbonaro, l’avevano all’unisono freddata con la nuda verità: “Michela è incinta!”, rinchiudendole la porta in faccia. Poi erano scoppiati a ridere e si erano abbracciati tutti e tre e ognuno aveva ripreso a fare da dove aveva lasciato.

Quando la sera mio padre telefonò con mia madre sul collo, fu molto difficile tirare fuori le parole. Lunghi respiri spezzati condussero la telefonata  tra un padre e sua figlia, separati da una striscia di mare ma mai, in fondo, così vicini. “Vengo per il tuo compleanno”, concluse papà. E il mio cuore non aspettò altro.

Essendo nata il 13 luglio, papà arrivò molto presto. Quando scese dal catamarano sembrava piuttosto disorientato e alla cosa non riuscii a dare subito la giusta interpretazione. Papà era capace di andare in Africa e pernottare per mesi nelle capanne col tetto di paglia e mangiare seduto per terra il riso con le formiche e attraversare il Serengeti Park con la cinepresa per poi farci vedere, al rientro, elefanti, giraffe e leoni.

Solo più tardi compresi che era stravolto dall’emozione. 

La prima persona che conobbe fu il marito ultra cinquantenne di una signora che lavorava per Goran. Mi chiese “È lui?” 

“Ma papà, ma come può essere lui, e dai! Ma come ti viene in mente?”

Conobbe Goran, poco dopo, nel suo ristorante. E fu subito grande simpatia. La sera stessa conobbe anche i genitori di Goran e la sua emozione prese a ricomporsi lasciando spazio a grandi risate e a qualche bicchiere di vino in più.

Arrivò il giorno del mio compleanno e la mamma di Goran ci invitò tutti a pranzo. Come al solito preparò un milione di portate buonissime con torta di cioccolato fondente e panna montata, per finire. Mangiammo sino allo sfinimento, io già con i pantaloni slacciati ché il pancino spuntava appena timidamente dalla vita bassa. 

Dopo pranzo Petar mi indicò, sorridendo, di sedermi sul divano;  mi fece togliere le scarpe, prese il suo unguento profumatissimo, i miei piedi sulle sue ginocchia e cominciò a massaggiarmi le piante mentre raccontava a mio padre di quando sull’isola c’era la guerra. 

Arrivò il momento del riposino e papà si diresse verso il suo alloggio al monito di “Stasera non si cena!”

“Riposati, papino. Ci vediamo intorno alle 19, al bar sulla piazzetta.”

Dormimmo tutti come sassi; tutti, tranne mio padre. Quando ci incontrammo, al bar, era distrutto. 

“Che hai fatto, pa’?” 

“Niente, forse ho bevuto troppo”.  

Non è che fossi convinta della sua sincerità, anzi. Così, a furia di incalzare, alla terza Coca-Cola papà sbottò in un pianto dirotto. “Ma che hai?” 

Quando riuscì a calmarsi mi disse che piangeva perché in tutta la sua vita non era riuscito a dimostrarmi tanto amore quanto quello espressomi dalla mia nuova famiglia che, invece, mi conosceva da così poco tempo. Che era contentissimo per me ma distrutto perché non era stato mai capace di tante attenzioni. 

“Ma papà, ma ti sei bevuto il cervello? E cosa avresti dovuto dimostrami, fammi capire? Più di avermi cresciuta così indipendente e libera, che cosa avresti dovuto darmi? Papà io ti amo e mi vai benissimo come sei. Il tuo amore per me lo dimostri in ogni tuo gesto, sorriso, lacrima; in ogni tuo silenzio, nello sguardo, nella lontananza. Papà, tu ci sei sempre, anche se non mi massaggi i piedi! Anche quando ero piccola e tu rientravi solo per il fine settimana. C’eri anche allora. Anche quando dissentivi dalle impostazioni educative di mamma e ti chiudevi nel tuo studio; non eri d’accordo ed io ero d’accordo con te. Mi sedevo sul divano e aspettavo che aprissi la porta. Eri lì, eri con me. Hai dimenticato quando mi portasti al rifugio Garibaldi che manco avevo sette anni, dicendomi che avremmo comprato le Big Babol? O quando mi svegliavi alle cinque del mattino col campanaccio, dopo aver fatto serata, per andare a fare la Direttissima? E quando mi sono venute le prime mestruazioni, non l’ho detto subito a te e poi a mamma? E quando mi sono laureata? E quando ti ho detto che me ne andavo di casa? E quella volta che rientrammo alle 4 del mattino dal Troquet? E le grigliate in giardino?“

E mentre ripescavo la nostra vita nel passato, accovacciata sulle ginocchia, non c’era verso di farlo riprendere. Scuoteva la testa guardando verso il porto, con gli occhiali da sole, nonostante il sole fosse oltre la collina.

La piazzetta era piena di gente ma noi eravamo soli, lui ed io. Soli, in una bolla d’amore talmente compatta da provocare dolore.

“E se ci facessimo una birra?”, chiesi.

“E se poi ci viene fame?”, ripose lui.

Era il 13 luglio del 2003. Cenammo da Goran, da soli, a lume di candela.

“Io mi sento che è un maschietto”, disse mio padre. Fu in quel momento che la mia vita prese la giusta direzione. 

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