Dieci anni

C’è fermento in città, un fermento composto che ci sta velocemente accompagnando al decimo anno dal nostro anno zero. Ci si prepara per la commemorazione: cittadini, associazioni, comitati, giornalisti da ogni dove, istituzioni. Non possiamo dimenticare, non dobbiamo.

Siamo costretti a ricordare: dal dolore che non passerà mai, dalla rabbia, dalla ricostruzione che procede a ritmi diversi, dai palazzi rinati e vuoti, dalle strade buie del centro, ferme al 2009, dove il vento è capace di soffiare in maniera diversa, gelido anche d’estate. Dobbiamo ricordare per le nostre vittime, perché non ce ne siano più. Un richiamo alla responsabilità di questo Paese che ancora oggi non è capace di cedere alla logica della prevenzione, così abituato a piangere i suoi figli. Risarcire è meglio che curare, ci insegnano.

Ci prepariamo al giorno del ricordo collettivo che fuori è primavera, una primavera stentorea come la ripresa di questa città o meglio, il volersi riprendere indietro la città, del tutto.

Domenica scorsa il centro era quello dei ricordi; di giorno. La notte è altra cosa.

C’è un palazzo diruto davanti casa mia, in centro, stanno per abbatterlo. All’ultimo piano una persiana detta i ritmi della desolazione. L’altra notte mio figlio Rocco è venuto a dirmi che non riusciva a dormire perché c’era un rumore che lo disturbava; aveva paura. Era quella persiana, sbattuta dal vento. D’altronde è davanti alla sua finestra; si è addormentato nel mio letto, poi, tra le mie braccia. 

La notte, il vuoto, lo senti. Ma siccome sei abituato a convincerti della scelta che hai fatto, di restare, quel vuoto hai imparato a colmarlo con la consapevolezza che prima o poi non sarà più tale. E non vedi l’ora che abbattano perché sai bene che prenderanno immediatamente a ricostruire. 

E non pensi alle schifezze che respiri e ai disagi quotidiani. Certi giorni non sai neanche come rientrare a casa per via dei cantieri; ti adatti e vai avanti. 

Anche perché i tuoi figli è qui che vogliono vivere. Mio figlio Riccardo che ha quindici anni, mi ha chiesto quali Facoltà ci siano all’Aquila perché lui vuole continuare a giocare a Rugby e al contempo iscriversi ad Economia e Commercio. Magari se ne va dopo la laurea, dice, ma non è proprio sicuro. Sono felici i miei figli, all’Aquila. Escono di casa a piedi, gli amici li incontrano sotto i portici di San Bernardino, o alle Nicchie o al Parco del Sole. Hanno le cugine a meno di un chilometro; un compagno si è appena trasferito vicino casa nostra: <<una ficata, ma’!>>. Ogni giorno macinano chilometri tra la Fontana Luminosa, la Villa Comunale, Collemaggio, Piazza d’Armi. La città è la loro. 

L’anno dopo il terremoto, a ridosso della prima commemorazione, Riccardo, intervistato dal Tg2 mi sembra, disse che lui all’Aquila era molto legato perché stavano crescendo insieme. Aveva appena sei anni. Chissà come aveva elaborato quel pensiero, forse aveva sentito me, mentre arringavo sulla necessità di restare tutti e ricominciare tutti insieme, ognuno col suo copione. Perché un anno dopo, eravamo tutti ancora molto motivati e combattivi e carichi di speranza, incazzati e determinati. Quelli che se ne erano andati subito non sarebbero più tornati; ma quelli che erano rimasti, la stragrande maggioranza degli aquilani, era qui a dare un senso a questa tragedia che ci è capitata, ancora oggi troppo grande per riuscire a comprenderla nella sua pesante interezza. Ognuno di noi la decifrava con il proprio alfabeto; tante letture e altrettante interpretazioni, strumentalizzazioni, mistificazioni, bugie finanche.

Poi, a distanza di alcuni anni, tutto quel rumore è affogato nella lentezza del quotidiano. La vita si è organizzata ai margini del cuore della città che non riesce a proteggere i suoi resistenti, costretto a mandare sangue alle zone periferiche. 

Il centro è lì: un girone di gru, operai, impalcature, camion, sensi obbligati, dove la cantierizzazione non riesce a fare pace con chi, tra le mura, ha riaperto le sue vetrine e portato la sua vita. 

Eppure, passate le 17, quando i cantieri chiudono, la bellezza prevale su tutto, perfino sull’incertezza. La città torna a parlarti, i ragazzi riescono persino ad ascoltarla e si fanno convincere. Noi adulti magari siamo un po’ disillusi ma del tutto schiavi dell’attesa di rivedere, pezzo dopo pezzo, la pietra che ci ha forgiati così caparbi e radicati. 

Una visione di quello che sarà tra dieci anni, oggi, non riesco ad averla. So che L’Aquila sarà bellissima ma non so come sopravviverà. Spero in nuovi investimenti, in politiche capaci di farci uscire dalla retorica delle potenzialità inespresse e di attrarre progetti di respiro internazionale degni di una città che sa vivere nel mondo. Il cantiere più grande d’Europa, si dice parlando dell’Aquila, dove però le imprese edili falliscono. Una città che non è riuscita a cogliere le occasioni, un laboratorio mancato dove tantissime esperienze si sono concentrate a lungo, finché non sono state definitivamente respinte. 

Una città che, nonostante le sue contraddizioni, non puoi smettere di amare alla follia. Io stessa, a volte, mi contraddico. Un giorno sono convintissima della mia scelta; il giorno dopo mi prende la depressione. Ma le motivazioni per restare sono, da sempre, più forti di quelle per andarmene.

Oggi, soprattutto, prevale l’aquilanità dei miei figli attraverso i quali rivivo me stessa e riesco a scorgere un barlume di futuro. Qui, all’Aquila; dove ho tanti amici nuovi trasferitivi da fuori; dove sempre più spesso parlo in inglese; dove incontro persone capaci di vedere le cose da altre prospettive; da dove ogni tanto scappo un paio di giorni solo per la gioia di ritornarvi. Dove  riesco a nutrire più speranze che certezze; dove è tanto difficile vivere ma altrettanto impossibile farne a meno. 

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