Ricordando mio padre

Te ne sei andato in sordina, 10 anni fa, a Pesaro, nel momento in cui la tua città non poteva sopportare un altro dolore. Non volevi andartene da casa, è stato straziante convincerti. Su un’ambulanza il tuo ultimo viaggio, incontro alla morte che poi è arrivata, come volevi. Eri stanco di soffrire, non ne potevi più. Le ultime ore respiravi a lunghi intervalli. Io ti guardavo e mi veniva da trattenere il fiato. Pensavo di morire con te, pensavo. Ma all’ultimo respiro, così lungo e potente, hai tirato fuori tutto te stesso e ti sei ficcato dentro di me, in quello spazio che avevo preparato, inconsapevolmente, per accoglierti per sempre. Sicché oggi siamo due, è vero, uno dentro l’altra. Ma non poterti toccare, fa ancora tanto male.

 

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RICORDANDO MIO PADRE

Prima che compissi trent’anni, avevamo preso ogni tanto ad uscire la sera, mio padre ed io. Andavamo a farci una tazza al Troquet, a via del Falco.
Il locale era di Mami e Mario Camilli ed era perfetto, l’atmosfera soprattutto.
Io lo chiamavo il Leon Camilli e ci andavo anche quando mio padre restava a casa.
La canzone della staffa era rigorosamente Should I stay o should I go oppure Rock in the Casbah; poi Mami ci cacciava fuori accendendo tutte le luci e noi gli dicevamo che era uno sporco extracomunitario e poi lo baciavamo e abbracciavamo tutti e andavamo a dormire. E non era mai prima delle tre.
Al Leon Camilli c’erano fissi Rolando, Werher e Federico, mio cugino. È lì che ho conosciuto Maria Luisa.
Le luci erano sempre soffuse e l’ambiente più radical che chic. Bevevamo di tutto e quando era la sera che ci prendeva a Martini cocktail, trovavamo sempre il modo per litigare con Mami: se ci metteva l’oliva noi ci volevamo la scorza del limone strizzata e se ci strizzava il limone noi pretendevamo l’oliva. E ricominciavamo ad offenderci per finta ed era così tutte le volte fino a che con i Clash a stecca prendevamo la via della porta.
Una sera, con mio padre, eravamo stati a cena al Rigoletto, dove andavo sempre perché Antonella cucinava benissimo ed io adoravo i suoi involtini di verza e riso; quella sera l’Arcigola aveva organizzato una degustazione di Sauvignon.
Eravamo usciti dal Rigoletto abbastanza allegri raccontandoci che saremmo passati un attimo al Troquet per un grappino.
Al Troquet, per non smentirsi, anche quella sera, piantonavano Werther e Federico.
Una grappa, due grappe, una serie di grappe.
Papà su di giri, io abbastanza bene – papà torniamo a casa! – la macchina a Piazza San Domenico. Si fanno le 4.
Papà insiste che vuole guidare. Percorriamo il Viale in senso contrario, indenni e in cinque minuti scarsi siamo a casa. Apriamo il portone, con l’indice sul naso, invocando il silenzio. Al buio percorriamo l’ingresso, la cucina e il salotto ma, prima di arrivare alle scale che portano alla zona notte, si accende la luce del ballatoio e appare mia madre dal nulla, col muso più lungo della camicia da notte. Al piano terra noi, immobili e un po’ ricurvi; lei in alto, cerulea nell’umore più che nel volto.
“Francesco, non mi meraviglio di lei, mi meraviglio te!”
“Annamari’ – risponde papà cercando la voce – ma vaffanculo, va!”
Fine della discussione.
In camera da letto iniziai a ridere, con la testa sotto il cuscino per non farmi sentire da mamma. Mi dispiaceva. È vero era tardissimo ed avevamo bevuto e non si risponde così ad una moglie. Ma in fondo c’eravamo solo divertiti da morire ed eravamo lui ed io.
Un padre e una figlia, semplicemente. E la loro complicità che stava nascendo, una cosa tutta loro, intima, profonda, inviolabile.
Oggi che mi ritrovo a contare gli anni che lui non c’è più, penso che finché continuerò a tenere il conto lui sarà ancora appiccicato a me come quella volta, come è sempre stato anche quando sembrava uno spettatore severo con grandi aspettative.
Quando mi bastava un suo sguardo per sentirmi gelare ed un sorriso per squagliarmi dentro.
Avrei dovuto trattenermi quella sera?
Eravamo un padre e una figlia, in fondo.
Lo siamo ancora e a ripensarci rido proprio come allora.

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