Mi chiamo Rocco e mi sono perduto

Sì, e così!

Non so bene quanti giorni sono che nessuno mi trova. Sono certo, però, che mi stiano cercando, mamma, papà, i nonni, gli zii, mio fratello.

Lo so che mi stanno cercando, lo so per certo. Immagino la loro disperazione, l’ansia, la paura.

Io non ho paura. Di giorno cammino all’ombra delle piante, di notte dormo nei giacigli improvvisati. Non mi sembra neanche di essere solo.

E se dovessi subire degli attacchi da parte degli alieni, ho tutte in mente le tattiche usate in Fortnite. Le ripasso ogni momento.

Ho deciso che se neanche domani mi trovano, inizio a costruire una base. Qui è pieno di pezzi di legno di palma e il mare restituisce alla terra un sacco di strumenti utili, persino le ciabatte. Certo, sono un po’ consumate, ma posso sempre tenerle di scorta.

Nello zaino ho ancora tanti biscotti e due bottiglie di acqua. Cerco di berne il meno possibile. Una volta ho visto in televisione un tizio che fa scuola di sopravvivenza e allora cammina le ore intere nel deserto e per non disidratarsi beve la sua pipì. Ecco io la mia pipì, non ho proprio nessuna intenzione di berla. È meglio che razioni l’acqua.

L’estate scorsa mamma mi ha detto che per dissetarsi davvero, occorre bere a piccoli sorsi, senza trangugiare ma gustandosela l’acqua. Pian pianino. È così che ho imparato a bere dall’inizio della mia avventura, stando attento a non sprecarne neanche una goccia.

Che poi, il signore della scuola di sopravvivenza, conosce anche un metodo per dissalare l’acqua del mare ma quella puntata lì non me la ricordo tanto bene perché a casa c’era Andrea e a tutto stavamo pensando tranne che ad ascoltare l’americano tutti muscoli e denti che vive in tutte le condizioni.

La televisione non l’avevo accesa neanche io, quel pomeriggio. Che vuoi che mi interessi starmene sul divano quando a casa c’è il mio migliore amico e possiamo giocare a pallone finché c’è luce e poi iniziare una nuova missione alla Play.

C’era Riccardo a vedere la televisione, quel pomeriggio, peraltro infastidito della nostra presenza; noi abbiamo solo buttato uno sguardo e commentato che quello lì può vivere in tutte le situazioni solo perché è americano e perché è il protagonista di un programma televisivo e ovunque vada non è mai da solo e se lo pizzica una vipera è subito pronto col siero e non con i metodi naturali che conosce solo lui.

Riccardo si è arrabbiato, come al solito: statti zitto, non capisci niente tu! Lui è fighissimo, fa delle cose pazzesche, di sicuro non muore né di fame né di sete, anche se sta una settima nel Sahara.

Io, davvero, ora non so da quand’è che mi sono perduto ma sono strasicuro che fra una settimana starò bello che a casa, coccolato da tutti e ingozzato di gelato alla vaniglia.

Siamo partiti all’alba

Mamma stava cucinando dal giorno prima: la solita lasagna che è buona anche se non riscaldata; le pizzette al sugo di pomodoro e capperi; una crostata.

Aveva preparato tutto nelle vaschette di alluminio, aveva preso anche della frutta, un termos di caffè e una bottiglietta di un liquido scuro che chiama ammazzacaffè ma non so di cosa si tratti perché, non bevendo io il caffè, non ha senso che provi questo famoso ammazzacaffè.

Non so che gusto ci provino i grandi a bere il caffè. Io solo a sentirne l’odore mi sento di morire.

Anche l’odore della birra mi dà fastidio. Una volta papà mi ha fatto assaggiare quella senza alcool: puah che schifo, è amarissima, proprio non mi piace. E penso anche che non mi piacerà mai.

Il caffè forse sì, mettendoci svariati cucchiaini di zucchero, magari riuscirò a berlo. Ma non per ora, anche perché non ho tutta questa voglia di stare sveglio tutta la notte.

Mamma dice che se lo prendeva per studiare dopo cena, quando era sotto esame. Ma se doveva stare su tutta la notte, perché l’esame era davvero vicino, allora mangiava il cacao amaro. Altra schifezza. Un giorno me lo ha fatto assaggiare per forza; sembrava veleno.

Ho sputato tutto nel piatto e mamma si è arrabbiata moltissimo.

Io ci sono rimasto così male, gliel’avevo detto che non mi piaceva ma lei sa solo insistere! Quando una cosa va bene a lei, allora deve andare bene per tutti.

Forse lo fanno tutte le mamme del mondo ma a me, questo fatto di insistere, mi dà proprio fastidio.

La sua parola contro la mia. I suoi gusti contro i miei. Come se io i gusti non ce li avessi.

Le cose buone, quelle vere, piacciono anche a me. La cioccolata al latte, per esempio, quella mi piace da impazzire! La mangio a morsi e non mi stanco mai e neanche mi fa venire il mal di pancia.

E poi mi piacciono un sacco le caramelle gommose a forma di orsetto e quelle al gusto di coca cola a forma di bottiglietta e anche quelle friccicose a forma di ciuccino ricoperte di zucchero.

Diciamo che al primo posto metto le caramelle, al secondo la cioccolata al latte, al terzo i pomodori, al quarto il filetto di vitellone, al quinto la pizza e al sesto posto, pari merito, tutto il resto.

Ah! Dimenticavo i biscotti. Vediamo…quelli li metto al secondo posto pari merito con la cioccolata. Fortuna che quella mattina all’alba, quando siamo partiti, il mio zaino era già pronto dalla sera prima. L’avevo caricato con sei tubi di biscotti ed una scatola di merendine alla crema di latte, quelle che per aprirle fai scoppiare la busta.

Quando papà è venuto in camera a svegliarci, ero talmente addormentato che non ricordavo neanche il motivo di quell’alzataccia!

Ero completamente perso nel sonno e pure Riccardo e Uma la cana che dorme nella stanza con noi.

Nessuno dei tre voleva alzarsi.

Poi papà ci ha fatto il solletico e noi ci siamo messi in piedi. Sbadigliando, zaini in spalla, siamo saliti in barca con mamma e papà, direzione Isola Verde.

L’aria fresca del mattino come sveglia quotidiana

Riprendere i sensi con la brezza del mare, al mattino presto, è davvero una cosa bellissima.

Sulla barca di papà noi ci sediamo sempre a prua e ci becchiamo tutto il vento possibile.

Anche la cana si mette a prua in mezzo a noi e le orecchie, con il vento, le si alzano e fa tanto ridere con quella faccia; sembra uscita da un cartone di Scooby Doo.

Uma si siede sul culetto, poggiata sulle zampe davanti, e resta immobile fino a che papà non ci dice di fissare le cime all’ormeggio.

Allora accostiamo avvicinando il più possibile la barca alla terra ferma e facciamo scendere la cana; poi scende mamma e, per ultimo papà che, nel frattempo, ha passato a mamma tutto l’occorrente per trascorrere qualche ora tutti insieme, lontani da casa.

Sull’Isola Verde non vive nessuno. Noi ci veniamo tutte le estati perché ci sono le cascate e tantissimi percorsi da fare a piedi nella foresta.

Una volta, con un amico di papà, abbiamo anche fatto rafting e ci siamo divertiti da morire.  L’acqua della cascata, all’inizio finisce in una specie di piscina e poi si incanala in un percorso. Dapprima l’acqua è alta e la portata copiosa, poi va scemando fino divenire una sorta di ruscello che, piano piano si incammina verso il mare.

Dove l’acqua è bassa ci facciamo il bagno tutte le volte e giochiamo a chi resiste di più perché non è proprio la stessa temperatura del mare.

Al fiume l’acqua è molto fresca e, se all’inizio è piacevole tuffarsi, dopo un po’ viene freddo e allora corriamo come i matti verso il mare a fare i tuffi caldi.

Solo che la strada per arrivare al mare non è tracciata e allora, se non stai attento, può capitare che ti perdi nel verde rigoglioso. Papà ci ha sempre avvisati di non allontanarci mai e poi mai da soli.

Ed infatti non ci siamo mai persi. Fino a qualche giorno fa. Almeno penso che siano passati dei giorni. Non ne sono neanche più così sicuro.

 

Eravamo appena usciti dal fiume

Mamma e papà ci aspettavano dove avevamo ormeggiato la barca.

Prendi lo zaino e scappiamo al mare, dai, dice Riccardo.

Ed io prendo lo zaino, infilo le infradito e mi metto a correre all’impazzata senza alzare lo sguardo da terra.

Corro, corro e non arrivo mai e il cammino si fa sempre più impervio. Il sentiero è come se all’improvviso si fosse cancellato.

Per terra calpesto piante intrecciate e foglie; mi giro intorno e vedo solo verde. Del mare neanche più il rumore. Chiamo Riccardo a squarciagola e mamma e papà e Uma.

Chiamo e richiamo, mi sgolo, urlo, piango, batto i pugni ad un tronco e ancora strillo con tutta la voce che ho in gola finché, stremato, tiro fuori le ultime flebili parole: andate pure, io vi aspetto qui.

Tanto tra poco vengono a riprendermi, sicuro. È inutile che mi muovo, magari mi allontano troppo e poi davvero diventa difficile ritrovarmi. Sì, mi fermo qui e aspetto.

Arriverà prima Uma, sicuramente. Poi Riccardo e poi papà. No, arriverà prima Uma, poi papà e poi Riccardo. No, arriverà prima Uma, poi mamma e poi Riccardo; papà aspetterà alla barca in caso di contatto radio con qualche avventore nelle vicinanze.

Sì, arriveranno presto, anche perché inizia ad imbrunire ed è ora di tornare indietro che magari il mare si increspa e poi è un problema rientrare.

Come quella volta che papà ci fece per forza ritornare a casa dal Faro, col buio pesto e le onde altissime e ci eravamo inzuppati a tal punto che il mattino successivo avevamo la febbre alta tutti e due.

Mamma si era arrabbiata moltissimo e dopo averci messi a letto, l’ho sentita discutere animosamente con papà: sei un adolescente, proprio! Cosa gli insegni ai tuoi figli, eh?

Diceva mamma rivolta a papà che, come sempre, faceva spallucce e si accendeva una sigaretta.

Sempre così. Letto, sfuriata di mamma, spallucce di papà. Una dinamica più che collaudata. Mi sembrava di ascoltarli anche ora: ti avevo detto di non lasciarli andare da soli! Sempre il solito!

 

Il telefono non prende

Mannaggia! Certo se ci fosse stato il campo mi avrebbero già rintracciato, ho anche il geo localizzatore.

Io comunque il telefono lo accendo solo di notte, ora, e solo se mi devo allontanare per fare la pipì, dal tronco cavo in cui ho trovato rifugio. Lo uso solo per illuminare, ché non si vede niente, buio pesto.

Non è confortevole tutto questo buio. Le stelle ci sono nel cielo ma con tutta questa vegetazione è difficile scovarle.

Io non ho paura perché lo so che tra poco arriva qualcuno a prendermi e allora penso alle cose belle che farò quando sarò tornato a casa.

Penso ai miei amici del rugby, ai compagni di scuola, alla play station e al telefonino che riprenderà a funzionare. Fortuna che è nuovo e che la batteria dura un sacco!

Mi mancano mamma e papà; perfino Riccardo mi manca anche se con lui un po’ ce l’ho. Mi dice sempre che sono stupido, che non capisco niente.

Mamma non lo sopporta quando mi offende e gli dice sempre di smetterla immediatamente.

Poi viene da me e mi dice di non farci caso, che gli ormoni gli hanno dato alla testa e che prima o poi io sarò più alto e lui non si permetterà più di alzare la voce con me.

Riccardo non sente, continua imperterrito nelle sue invettive, fino a quando non gli squilla il telefono o gli arriva una notifica.

In genere litighiamo sempre per via della play station.

Lui racconta a tutti che ci gioco sempre io e invece non è vero; lui ci sta più di me, parecchio di più e a me lascia giocare a ridosso del pranzo o della cena quando mamma arriva come una furia che è ora di lavarsi le mani. Sempre così.

Io passo per un ludopatico quando il ludopatico intoccabile è lui.

Comunque ho deciso che per il mio 12esimo compleanno mi faccio regalare una nuova play station 4 e la do a lui, così io gioco con la mia dove ho caricato un sacco di cose e lui si attiva con la sua, nella sua camera con il suo televisore.

Ho provato a dirlo a mamma ma lei non è d’accordo. Lei non la vuol comprare un’altra Play, lei odia la Play.

Ogni tanto lei e papà, vengono in camera e ce la sequestrano, oppure ci tolgono i controller o ci nascondono i fili.

La volta che siamo stati più a lungo senza play è stata una settimana; e pure senza telefono. Tutto sequestrato.

Che poi non lo capisco cosa gli passa per la testa ai grandi; come se allontanare un bambino dai suoi amici sia la cosa giusta.

Mica lo sanno mamma e papà che quando sono alla play con le cuffiotte, sto collegato con i miei amici. Parliamo, scherziamo, creiamo missioni e facciamo strategie. Mica se ne rendono conto!

Se vuoi vedere i tuoi amici, mi dicono, allora vai fuori di casa, esci, incontratevi al parco, giocate a pallone, socializzate senza la mediazione della tecnologia!

Tutti i santi giorni così, non se ne viene fuori.

Ora, per esempio, se c’era campo, la tecnologia mi avrebbe già riportato a casa.

Che ne sanno loro della tecnologia se per loro il telefono serve solo per telefonare!

Ho sentito un rumore

Saranno loro? Chiamo a squarcia gola mammaaaaaaaaa, papàaaaaaa, Richiiiiiiiiiii.

Poi mi metto lì e ascolto. Niente.

Un altro rumore tra le foglie.

Mammaaaaaaaaa, papàaaaaaaaa, Richiiiiiiiiiiii.

Silenzio, non c’è nessuno. Mi avranno fatto uno scherzo le orecchie.

Oppure sono gli extraterresti della canzone, quella che canta mamma sotto la doccia: extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre, vienimi a cercare, voglio un pianeta su cui ricominciare.

Tutta quella fatica per farsi venire a cercare da un altro pianeta quando sull’Isola Verde non c’è nessuno neanche a pagarlo.

Avrebbe potuto benissimo ricominciare da qui. Lui e la mandria di insetti che popolano questo posto. Un milione di tipi di farfalle, di ragni, di scarafaggi; le api, le mosche, le zanzare di tutte le dimensioni.

Ho la gamba destra tutta bitorzolosa a causa dei pizzichi di zanzara. Fortuna che all’ingresso del tronco cavo è pieno di gechi, che altrimenti ero un bitorzolo ambulante.

E le cavallette? Madonna quante ne vedo. Quando cadono fanno un rumore sordo bruttissimo. Non so come la gente possa friggerle e mangiarle. Davvero, mi viene da vomitare, non ci posso pensare. Come la catturano? Col retino? No no, non ci voglio pensare che poi è capace che ci ripenso prima di dormire e non chiudo occhio.

E le formiche? Ce ne sono per tutti i gusti, da piccole piccole a grandi grandi.

Mamma mi ha raccontato che mio nonno Francesco, ovvero il suo papà, aveva mangiato, in Africa, il riso in bianco con le formiche e per mangiare, nel villaggio dove risiedeva per lavoro, si doveva sedere a terra, in circolo, intorno ad un piatto enorme di latta, dove tutti prendevano il riso con le mani.

Una vera schifezza, insomma.

Io l’ho conosciuto nonno Checco. Era molto simpatico ed affettuoso anche se stava male.

Mi ricordo che stava sempre a letto e vicino aveva una bombola dell’ossigeno, una bottigliona lunga e molto pesante che in realtà sembrava una bomba.

Quando se ne è andato per sempre io non l’ho potuto salutare per via del terremoto che io non mi sono accorto di niente però mi ricordo che mamma ci ha portati via e anche nonna ha portato via nonno, in un’altra città perché nella nostra l’ospedale era caduto e lui non poteva più essere curato. Poi mi ricordo quando mamma ha ricevuto la telefonata di nonna che le diceva di scappare ché nonno se ne stava andando e mamma prenotò la nave in fretta e in furia e tornò in Italia.

Ci telefonò due giorni dopo per dirci di buttare uno sguardo al cielo che nonno ci stava salutando e poi ritornò qualche giorno dopo, molto dimagrita.

Sembrava stanchissima ma non era triste per via del fatto che quando nonno se ne è andato ha fatto un lungo sospiro di sollievo quasi fosse stato felice di non essere più su questa terra.

Io non so se riuscirei a vedere morire qualcuno soprattutto se quel qualcuno potrebbe essere mia mamma o il mio papà.

Però una volta ho visto nonna Gina, la mamma di mamma, morta, tutta carina con sopra un velo bianco. Non sembrava neanche morta. Fuori c’era tantissima neve e mamma ci disse di non muoverci dal salotto perché nonna Gina aveva deciso di andarsene proprio in quel momento.

Poi vennero dei signori a sistemarla e la misero dentro la bara con dietro un poster della madonna che pregava con la testa rivolta proprio verso nonna Gina.

Sembrava che la guardasse, incredibile!

Però no, non sembrava morta a vederla così e se davvero la morte è come il sonno, beh diciamo che si può anche fare.  Però tra tanti tantissimi anni, eh.

Mammaaaaaaaaa, papàaaaaaaaa, Richiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, c’è nessuno?

Niente, silenzio. Mi hanno fatto le orecchie anche ora.

Chiudo gli occhi, seduto e poggio la testa al tronco giaciglio. Sento il mio battito crescere nel petto. Fa molto caldo ed io comincio a sentirmi solo, davvero solo, anche se so che mi stanno cercando e tra poco mi troveranno.

Mi sa che mi sta venendo da piangere, mannaggia. Quanto ci mettono a trovarmi?

Se ora piango è la fine, non smetto più e non ho neanche i fazzolettini di carta. Non devo piangere.

Pensa che è un gioco, pensa a Fortnite, pensa che questa è la mission impossible della tua vita e tu te la stai cavando alla grandissima, con i tuoi tubi di biscotti, l’acqua misurata ed il telefono per illuminare le pipì notturne.

Altre armi non ne hai, cavolaccio. Sei un grande, un altro al posto tuo sarebbe morto di paura dopo un’oretta.

È vero, sono un grandissimo ma mi viene da piangere. Anche i più coraggiosi piangono. Il pianto non è un segno di debolezza. Mi devo solo sfogare, sto in tensione da troppo tempo e l’attesa tutto solo non mi aiuta.

Ecco, sto per piangere.

Mammaaaaaaaa, papàaaaaaaaaaa, Richiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii,  dove siete?

 

Eccomi, mamma, sono qui

Eccomi, mamma, sono qui! Sono quiiiiiii! Mammaaaaaaa, papàaaaaaaaaaaa, Richiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, mi vedete?

Oddio che bello, sono tornati, li vedo, stanno arrivando. Oddio sì, era ora!

Accendo un fuoco sulla riva così mi vedono meglio.

Sì, sono loro, quella è la barca di papà.

Mammaaaaaaaa, sono quiiiiiiiiiiiiiii.

Oddio mi hanno visto! Papà inizia a strombazzare e Richi ha lanciato un razzo di avvistamento.

Mi hanno visto, sì, sì, sì, sì.

Salto, urlo, mi sbraccio, mi faccio la pipì addosso, rido e piango e non la finisco di chiamare. Tra poco sarò stretto tra le braccia della mia famiglia e Uma mi farà cadere per terra per la gioia di rivedermi.

Mi hanno trovato, mi hanno trovato!

Giuro che da questo momento in poi non mi allontanerò mai più, mai più da nessuno.

Almeno fino a che non diventerò grande. Beh ora se darò la mano a mamma e papà questo non lo saprei dire. Diciamo di no, però camminerò al loro fianco e farò lo stesso numero di passi che fanno loro, non uno di più non uno di meno.

Come quei soldati che marciano uno affianco all’altro, cammineremo come se fossimo un corpo solo.

Eccoli finalmente, si stanno avvicinando sempre di più. Li vedo sempre più nitidi che muovono le braccia. Eccoli, papà ha tutti i capelli indietro e anche mamma e Richi. Sono velocissimi, eccoli sono quasi sul molo.

Eccoli, eccoli!

Prendi la cima, marinaio. Mi grida papà avvicinando la barca al molo.

Mi avete trovato, era ora!

Mi avete trovato? Chiede mamma stupita. In che senso, amore?

Ma come in che senso? Non mi stavate cercando? Sto qui da un sacco di giorni, da solo, mi sono perso, non te lo ricordi?

Ma no, amore, non ti sei perso. Ci siamo solamente dimenticati che eri con noi, niente di strano. Come quando tu dimentichi di fare i compiti perché devi giocare alla Play; o quando dimentichi di salutare chi sta salutando te; o quando dimentichi di dire grazie o prego; o quando dimentichi di mettere in ordine la tua stanza o di mettere i libri nello zaino o di portare il cane a spasso. Ci siamo dimenticati, niente di che. A te succede sempre, sempre. Poi ieri sera ha chiamato Andrea che non riusciva a mettersi in contatto con te e ci siamo accorti che tu non eri con noi. Ci è sembrato un po’ strano, a dire il vero; come non è con noi? E dov’è? Stai a vedere che ce lo siamo dimenticato da qualche parte.

Dunque, dunque: al supermercato no, perché tanto lui non viene mai a fare la spesa con noi; al campo da rugby no, perché gli allenamenti ancora non riprendono; a scuola no, perché la scuola è chiusa; al dentista no, perché si è rifiutato di venire…e dove possiamo averlo dimenticato?

All’isola verde, ma’! Suggerisce Riccardo dopo un sorso di coca cola freschissimo.

Oddio la coca cola! Al primo posto insieme alle caramelle. Anzi primo assoluto e poi le caramelle e tutto il resto; penso mentre mia madre è lì impalata, davanti ai miei occhi, che racconta di avermi dimenticato e di non essersene neanche accorta. E mentre lei parla e gesticola e sorride scuotendo la testa, papà e Richi stanno allestendo un picnic sulla spiaggia.

Scusa mamma, ma non vogliamo tornare subito a casa? Io non ce la faccio più a stare qui.

Ma caro, ormai siamo qui, restiamo fino all’imbrunire! Tanto se ti dimentichiamo anche questa volta, abbiamo lasciato detto a nonna di ricordarci di te.

Ve bene, mamma, se lo dici tu. Ma io tanto non mi allontano, così almeno voi non vi dimenticate di me.

Ma come sarebbe a dire che si sono dimenticati di me? Ma come è possibile? Occhei, a tavola mi siedo sempre quando loro hanno pressoché finito; il giorno sto sempre in giro; la sera sto davanti la Play; il bacio della buona notte sono mesi che non lo voglio più. Occhei, ci può stare. Diciamo che tutti, tutti i torti non ce li hanno.

Occhei però, non è possibile dai! Io sono un bambino, ancora non compio dodici anni, non ci si può dimenticare di me. E poi ho una voce talmente squillante e sottile che quando non ci sono, si avverte la mia assenza. Ogni volta che parlo mi dicono che con la mia voce raduno le balene davanti casa, mi dicono.

C’è dietro qualcosa di strano, c’è. Può essere che neanche Richi si sia accorto che non ero a casa. E se lui lo avesse fatto di proposito? Se mi avesse mandato avanti allo scopo di farmi perdere e poi tornare a casa con mamma e papà e Uma facendo finta di niente?

Tanto lui se vuole è capace di raccontarti qualsiasi cosa con quella faccetta d’angelo. La prof. di italiano me lo dice sempre: eh, tuo fratello, allo scritto stava nella media ma all’orale mi si rigirava come un calzino. Pure agli occhi della professoressa devo rimontare.

Una vita in rimonta e nessuno che si accorga di quanto io sia…di quanto io sia…io sia…io.

Ecco, ad esempio, io sono bravo a matematica; io so fare i conticini a mente e trovo subito la soluzione anche quando non so come ci sia arrivato. Io la soluzione la vedo mentre l’insegnante scrive l’esercizio alla lavagna.

Poi so fare l’uovo sbattuto e la pizza. E poi sono anche più bravo di Richi a Fortnite e mamma dice che sono tanto dolce e bellissimo.

E comunque si è dimenticata di me. Forse era tutta concentrata su Richi o forse non sono poi così speciale. Anche se sono sopravvissuto sull’isola verde tutti questi giorni, tutto solo, senza di loro, lontano da casa e dalla mia cameretta e dal profumo della colazione e della crostata di mamma.

E ora questi mi costringono a restare ancora in questo posto, come se non fosse successo nulla, come se non fosse abbastanza. Io me ne voglio andare.

Mamma, io me ne voglio andare subito, non voglio più stare qui.

Oh, senti, non incominciare, eh! Siamo appena arrivati e papà ancora non accende il fuoco! Pensa che ha portato la canalina per gli arrosticini. Ora ci facciamo il bagno, poi raccogliamo la legna, poi avviamo il fuoco, poi cuciniamo, poi papà si fa un riposino e poi torniamo a casa. E non sento storie!

Ecco qua, la solita. Si fa quello che è giusto per lei.

Sì, ma io ho voglia di tornare a casa e poi perché non avete portato Uma?

Perché l’abbiamo sterilizzata e allora non può ancora affrontare lo strapazzo della barca.

Pensa questi quante cose hanno fatto senza di me, hanno pure sterilizzato la cana.

Ma che giorno è oggi, mamma? Ma soprattutto, quanti giorni sono stato qui sopra da solo?

Oggi è domenica, pertanto sei stato fuori solo una settimana.

Sono stato fuori? No, mamma, sono stato abbandonato per una intera settimana. Mi poteva succedere di tutto, mamma, e voi arrivate come se niente fosse successo.

Stai calmo, va bene? Ormai è successo e domani ci faremo un sacco di risate a raccontarlo.

Rocco dai, andiamo a fare il bagno e poi facciamo a gara a chi raccoglie più legnetti.

Va bene, papà, arrivo.

All’imbrunire

Allora andiamo?

Mamma mia che fretta, Rocco! Andiamo, andiamo. Io non so come hai sempre voglia di interrompere in anticipo giornate così belle.

Mamma, dai, ho solo voglia di tornare a casa.

Prendi tutte le tue cose, allora. Lo zaino, dove l’hai lasciato? Il telefonino?

Oh cacchio, me ne ero dimenticato. Zaino e telefono sono nel legno cavo, alla base. No, no, per me possono restare lì tranquillamente. Ricompro tutto. Io là non ci torno neanche morto, neanche se andiamo tutti e quattro insieme.

Li ho lasciati nella foresta, dove avevo trovato riparo. Non fa niente, mamma, non ne ho bisogno.

Ma come non ne hai bisogno? Del telefonino, poi. Senti bene, eh, mica te ne ricompro un altro, eh? Vedi come sei, lasci sempre tutto in giro poi tanto mamma e papà ricomprano. E no, eh! Questa volta mi impunto sul serio! O vai a riprendere telefono e zaino, oppure andrai a scuola con i libri in mano e il telefono te lo comprerai con il primo stipendio. È chiaro?

Mamma, scusa, ma non me la sento di affrontare la foresta a quest’ora, ti prego. Non ce la faccio, non si vede niente ora, figuriamoci al ritorno.

Vai, senza troppe storie!

Oddio! Richi mi accompagni?

No, non ho voglia, ho caricato tutta la barca e proprio ora non mia va. Va da solo, dai ché noi ti aspettiamo qui.

Occhei, allora vado, eh…sto, sto andando. Restate qui, eh, non ve ne andate.

Ecco ora corro più che posso e in dieci minuti sono alla base. Vai Rocco, ce la puoi fare, sei un grande! Vai Rocco, recupera le tue cose; vai, quest’isola non ha più segreti per te. Ecco lo zaino; posso anche bere la poca acqua che è rimasta, tanto tra poco sono sulla barca di papà. Ah, ottima! Forza e coraggio, torna indietro più in fretta che puoi.

Eccomi, arrivo! Mammaaaaaaa, papàaaaaaa, Richiiiiiiiii. Ce l’ho fatta, eccomi! Uh che sudata! Ce l’ho fatta!

Ma, ma dove sono? Mammaaaaaaaaa, mammaaaaaaaaa, mammaaaaaaaa…..

Tesoro sono qui, stai tranquillo. La febbre sta passando, hai fatto una bella sudata.

La febbre? Sei qui?

Si, amore. Sono qui da ieri pomeriggio, al tuo fianco, da quando hai iniziato a sfarfallare. Avevi la temperatura corporea a 40.5! Ci hai fatto prendere un bello spavento.

E papà? Papà è di là che dorme nel nostro letto.

E Richi? Richi dorme con papà, almeno non si contagia.

E Uma? Uma è lì, ai piedi del tuo letto, non si è mossa un attimo.

E la sterilizzazione?

La sterilizzazione? Ma come ti viene in mente ora? Appena fa il primo calore la sterilizzeremo, c’è tempo ha detto il veterinario.

Ah, bene. Andrea sa che sto male? Lo hai avvisato?

Oh, no, amore, me ne sono dimenticata!

Facciamo così, mamma: da ora in poi, tu non ti dimentichi delle cose che per me sono importanti ed io non mi dimentico di quelle che sono importanti per te. Va bene?

Si amore, va bene!

Promesso?

Promesso!

Giuri?

Sì, amore mio, mamma giura pure ma non capisco tutta quest’ansia di ricordare. Mi sa che questa febbre, ti sta dando un po’ alla testa.

No, mamma. Mi sta facendo benissimo, fidati.

Ora dormi, amore, hai bisogno di riposare.

Mi ami, mamma?

Certo, sciocchino. Ti amo da impazzire.

Notte, allora.

Notte.

E dammelo un bacio, va.

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