Storia di Adele e Sandro

In diciotto anni di matrimonio, mentre tutti continuavano a nutrire una pur minima speranza, nessun pargolo era arrivato a coronare il desiderio della famiglia Marchini – Del Picciolo.  

Quello che sarebbe dovuto essere il padre, Sandro Marchini, faceva il meccanico in una località non molto lontano dall’Aquila, in un nucleo industriale dove quello che sarebbe dovuto essere il nonno aveva avviato un’officina a metà degli anni sessanta del novecento, quando di espropriare terreni per costruire capannoni non se ne parlava neanche per dispetto.

Quanto alla circostanza che la famiglia non dovesse avere eredi, il meccanico era il primo a non farsene una ragione. La moglie, la ventiduenne Adele Del Picciolo, primogenita di una famiglia di agricoltori, che al mercato contadino aveva il banco più curato e fornito di tutti, non riusciva a portare a termine le gravidanze.

Se solo si fosse compiuto, ogni volta, il volere di Dio, di figli ne avrebbero battezzati quattro: un maschio e tre femmine.

Ogni aborto, Adele, se lo portava attaccato alla pelle come catrame anche perché, quei figli, lei li aveva voluti vedere, tutti e quattro.

Il primo figlio lo aveva partorito morto alla fine della trentaseiesima settimana.

Quando le si ruppero le acque, Sandro lasciò l’officina in tuta, coi segni di grasso ancora sulla faccia.  Alla moglie non fece neanche fare le scale; salì in casa come una lepre, la prese in braccio e la sistemò in macchina, sul sedile davanti, parzialmente reclinato.

Avevano un’ Audi 80 grigio chiaro metallizzato con gli interni scuri che quel giorno Sandro lanciò a 160 chilometri orari, sul lungo rettilineo che li avrebbe condotti all’ospedale.  

Quella che sarebbe dovuta essere la nonna, ovvero la madre di Sandro, si era rifatta i conti, perplessa e poi aveva deciso che sì, sarebbe andato tutto bene. Il bambino sarebbe stato un po’ di più in incubatrice, come il figlio di sua nipote, che addirittura era nato a trentaquattro settimane. Gesù quanto era piccolo, faceva così impressione; era piccolo e un po’ scuro, pure un po’ bruttino ad essere onesti ché i neonati non sempre sono belli, anzi. Poi però, la creatura, dopo un periodo di incubatrice che sembrò infinito, era diventata un fiore; le grinze si erano spianate e la pelle era diventata rosa e luminosa. Mangiava che era una meraviglia.

Speriamo almeno che Adele abbia il latte, pensò la suocera ad alta voce mentre il marito la conduceva in ospedale incapace di generare verbo.

Lei, il latte, non ne aveva avuto di buono. Sandro era nato di parto naturale, dopo quattordici ore di travaglio; aveva iniziato ad urlare appena vista la luce e non aveva smesso per lunghissimi giorni, facendosi uscire un’ernia inguinale dallo sforzo.

Il bambino è sempre attaccato al seno, diceva la madre disperata ai medici; tira, tira e basta e non dorme mai.

Ma signora cara, il suo latte è acqua, avevano detto i medici dopo averlo analizzato; non è abbastanza ricco da nutrire il bambino ed è per questo che il poverello non si dà pace. Suo figlio, signora, è semplicemente affamato.

Sandro, a furia di piangere, fu operato di ernia inguinale a venti giorni di vita e da quel momento, finalmente, smise di piangere. Il primo biberon di latte artificiale, lo succhiò tutto d’un fiato senza neanche un rigurgito, poi dormì otto ore di fila.

Nonostante fosse esausta, la madre non riuscì ad approfittare del primo momento di grazia, intenta com’era a vegliare il suo sonno; le sembrava quasi che non respirasse, lì, nella culla, adagiato sul fianco sinistro, le manine chiuse a pugnetto davanti il viso. Passò quella notte con l’orecchio a pesare il respiro appena percettibile del figlio dandosi della sciocca quando non riusciva ad afferrarlo, tanto era sottile.

Quella mattina, a fare il monitoraggio del battito, era entrato anche Sandro; Adele aveva perso le acque da meno di un’ora e la sua dilatazione era ancora lontana da prevedere un parto imminente.

Era arrivata in braccio al marito che l’aveva fatta sdraiare sul lettino con la stessa delicatezza che si rivolge al cristallo; il medico l’aveva immediatamente attaccata al macchinario.

Si erano sposati da meno di un anno e già Adele era incinta.

Signora non si muova, disse il medico cambiando espressione. Dapprima accogliente e rasserenante, aveva preso ad agitarsi. Metteva le mani sullo strumento e su Adele, su Adele e sullo strumento, cercando affannosamente un guasto tecnologico che risolvesse il tutto con un grosso spavento e poi con una grossa risata o forse un pianto.

Qualcosa non va? chiese Sandro; sono un meccanico, magari posso esserle utile.

Il medico si fermò, raccolse il respiro, tirò su con il naso e infine disse che il cuore del bambino, ecco, aveva smesso di battere; l’aveva perso, non lo sentiva più.

Non è possibile, fece Sandro; non è possibile, mi faccia vedere questa macchina, si tolga di mezzo. Non è possibile, si tolga di mezzo, se ne vada. Non è possibile! Urlò il povero uomo con tutta la voce che aveva. Poi spintonò il dottore e si avventò sul macchinario, prendendolo a pugni.

Nel frattempo Adele era svenuta. Riaprì gli occhi in una stanza di neonatologia. Al letto davanti al suo, una donna più o meno della sua età, stava allattando il figlio nato da poche ore.

Come si chiama? chiese Adele con un filo di voce.  Si chiama Andrea, e tu come ti chiami?

Io sono Adele. Ed io sono Franca; quanto ti manca?

Domani mi provocano il parto ma mio figlio è morto.

Franca non seppe cosa dire: lei allattava, l’altra avrebbe partorito un figlio senza vita. Che razza di roba assurda era? Un macabro ossimoro; si partorisce la vita, non la morte.

Franca lasciò il bimbo nella culla, accanto al letto, si avvicinò ad Adele e la strinse a sé, covando addosso un ruvido senso di colpa per aver dato alla luce un figlio sano e bellissimo.
Rimasero abbracciate a lungo, finché Sandro non entrò nella stanza con in mano un mazzo di tulipani.

L’indomani mattina, Adele fu portata in sala parto, molto presto. In sala parto, mica in sala operatoria.

La ricondussero in stanza poco prima di mezzogiorno; aveva gli occhi chiusi ed i capelli scomposti. Sembrava dormisse ma, a guardarla bene, si capiva che stava piangendo.

Si riebbe nel pomeriggio; aprì gli occhi verso la finestra, poi rivolse lo sguardo verso Franca, alzando leggermente la testa dal cuscino.

Come ti senti? chiese Franca  

Guarda la mia pancia, rispose Adele, tastandosela con le mani: è enorme e deforme e non ho nessuno accanto da stringere. Con un bimbo tra le braccia tutto avrebbe avuto un altro senso. Avrei potuto dire che ho questa pancia perché sono diventata madre. E invece, no!  Ho questa pancia perché sono stata capace di partorire la morte e il vuoto che adesso mi tocco con le mani non c’entra niente con il vuoto che porto nel petto. E poi penso a tutti quelli che mi hanno vista incinta e che ora mi chiederanno del bambino. Quanto altro dovrò piangere, eh? Quante torture dovrò ancora sopportare?

Il piccolo Andrea interruppe quel momento iniziando a lamentarsi, delicatamente; si avvicinava l’ora della poppata.

Lo posso prendere in braccio? Chiese Adele a Franca. Certo che puoi, prendilo!

Magari ti dà fastidio, lo vuoi solo per te.

No, prendilo tutte le volte che vuoi, senza neanche chiedermelo.

Adele prese Andrea tra le sue braccia, stringendolo al petto, quasi avesse paura di farlo cadere.

E mentre lo ninnava dolcemente, le tornò il sorriso. Chiunque fosse entrato in quel momento, avrebbe pensato che Andrea, fosse figlio suo.

Assomiglia a mio figlio, lo sai? Andrea, che bel nome! Io ero indecisa tra Francesco e Alessandro, ma quando l’ho visto non sono riuscita chiamarlo. Ora me lo mettono in una bara bianca piccola come lui ed io ancora non ho deciso che nome dargli. Ma io non glielo posso dare un nome perché poi sarò costretta a chiamarlo ogni giorno, ogni ora, ogni secondo della mia vita. Lo cercherò in continuazione e quello non potrà rispondere. Mi farà disperare.

Il bimbo fu chiamato Francesco. Le altre tre creature, il caso volle che le perdesse alla stessa maniera, un po’ prima però.

Ma, allo scoccare del 19esimo anniversario di matrimonio, la famiglia Marchini -Del Picciolo tornò alla ribalta con un fatto del tutto inatteso.

A ridosso della primavera, per il compleanno di Adele coincidente con il solstizio d’estate, Sandro aveva deciso di prenotare un viaggio; un modo per staccare dalla vita che nel corso degli anni gli aveva riservato giusto una casa vuota.

Di soldi da parte ne avevano messi fin troppi pur sapendo che non ne avrebbero fatto un bel nulla. Adele non aveva neanche vogliadi rivestirsi; e che dovrei mettere per andare al mercato, l’organza? Indossava quasi sempre i jeans e dei maglioni che sarebbero stati comodi anche al marito. Era, tuttavia, ancora molto bella. Il dolore non le aveva cambiato i lineamenti e il suo viso acqua e sapone era rimasto intatto, come a vent’anni. Giusto tra i capelli, si insinuava qualche filo di grigio ma erano chiari e bisognava strizzare gli occhi per scovarli. La tinta non se la sarebbe mai fatta, era contraria. Dal parrucchiere, andava due volte all’anno, per Pasqua e per Natale. Adele, che dici, vogliamo darci un bel taglio a questi capelli? No, la prossima volta, rispondeva sempre Adele; taglia solo le punte ché tanto io li preferisco legati.

Adele senti, irruppe Sandro: dovresti pensare a comprare qualche vestitino e dei sandali e i costumi da bagno, un cappello di paglia anche e le creme solari e i teli e non saprei ora cos’ altro ti possa servire, anzi ci possa servire perché anche io non ho un bel niente, per andare al mare.

Al mare? E da quando noi due andiamo al mare? Rispose Adele leggermente divertita.

Effettivamente al mare non ci erano mai stati. L’estate la passavano al paese, in montagna. Al massimo andavano a Campotosto ma il bagno al lago non lo facevano, gli faceva paura.

Ho prenotato una crociera, Adele. Due settimane nel mediterraneo. Ce ne adiamo, tu ed io; stacchiamo, pensiamo solo a noi due e festeggiamo i tuoi quarant’anni come Dio comanda, come non abbiamo mai fatto. E non dirmi che non te la senti perché questa volta non accetto scuse. Ho bisogno di aria, di colore, di gente nuova, di festa; ho bisogno di te e me, lontani da questa casa, dai nostri mondi, dalle nostre famiglie, dai ricordi. Ho bisogno di te, di quella che eri.

Partirono Sandro e Adele; la valigia carica di tutto quello che non avevano mai comprato. Chiunque li avesse visti senza sapere cosa avevano organizzato, sarebbe rimasto piuttosto stupito nel vedere Sandro senza tuta e Adele senza jeans, la qual cosa li aveva messi, per la prima volta, di buonumore.

Si imbarcarono a Venezia, di sabato pomeriggio, storditi più dall’emozione che dal viaggio. Era il 19 giugno 2010. L’indomani, dopo aver cenato a lume di candela e ballato tutta la serata aggrappati l’una all’altro, erano rientrati in cabina, poco dopo la mezzanotte, per celebrare come fanno gli innamorati, i 40 anni di Adele, nata il 21 giugno del 1970, all’1 e 20 del mattino.

Al risveglio, dopo il primo bacio, ebbero entrambi l’impressione che la loro vita fosse, da quel momento, cambiata. Ne parlarono molto. Saranno le vacanze? La lontananza da casa? Cosa ci sta succedendo? Per la prima volta, dopo un milione di anni, disse Adele, mi sento sgravata dal peso dei ricordi; mi vieni in mente solo tu ed il nostro amore e il resto della vita che passeremo insieme. E mi sale un’emozione che mi sembra incontenibile. Di viaggi ne voglio fare tanti altri, amore mio. Portami in giro Sandro, fammi respirare.

A furia di chiamarlo, nove mesi dopo, arrivò finalmente Francesco. La gravidanza era andata benissimo e Adele, a differenza delle altre volte, aveva subito sentito che quella sarebbe stata la volta buona.

Un miracolo, pensarono i più. La vita, rispondeva a tutti Adele bella come non mai, che a volte prende e a volte restituisce. E a noi non resta che trovare il senso; sempre che ne valga la pena. 

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