Mia madre sbucciava l’uva

Mia madre sbucciava l’uva, un chicco alla volta. La sbucciava e poi la tagliava in due metà, per togliervi i semini. Le dava fastidio la patina bianca che avvolge gli acini.

Quando non la sbucciava, perché andava di fretta, puliva gli acini con un tovagliolo fino a farli diventare lucidi.

Lo faceva anche con le prugne e con le susine. Le teneva in ammollo per una mattinata, cambiando l’acqua più di una volta e poi le asciugava una ad una con un panno che quando erano nella ciotola sembravano di cera. Prima di mangiarle, rigorosamente con le posate, ovviamente le sbucciava. Stesso trattamento anche a mele e pere.

Lavava anche i kiwi, i cocomeri e i meloni. L’unica frutta che non le ho visto lavare è la banana. Una volta l’ho vista anche lavare le castagne prima di metterle al forno.

Mia madre era ossessionata dalla pulizia. Riusciva a vedere lo sporco addirittura prima che si formasse. Sui tappeti non si poteva camminare perché si sporcavano; sui divani non ci si poteva sedere perché si sporcavano; il barbecue non si poteva accendere perché si sporcava; il gatto non si poteva tenere perché sporcava. E così via, qualsiasi azione era passibile di ammonimento causa minaccia gravissima alla pulizia.

Una volta mio padre si sentì tanto male che svenne. E mentre lui era disteso sul tappeto del salotto in attesa che l’ambulanza lo prelevasse, mia madre si mise a spolverare il tavolino che poteva sembrare sporco e poi che figura avremmo fatto agli occhi dei soccorritori?

L’avvento della raccolta differenziata, poi, aveva acuito la psicosi. Puliva persino l’immondizia. L’umido, nel secchio marrone, lo copriva con un fazzoletto, quasi fosse preoccupata che si mostrasse al mondo; il vetro, nel secchio blu, sembrava praticamente appena uscito dalla fabbrica; la plastica, nel secchio giallo, la puliva col sapone per i piatti; l’indifferenziato, nel secchio verde, si riduceva a pochi lembi stropicciati di stagnola; la carta, nel secchio bianco, doveva essere piegata, guai ad appallottolarla.

Pulito ed in ordine, come il suo armadio ed i suoi cassetti. Perché mamma, era ossessionata anche dall’ordine.

Le cose estive da una parte, le invernali dall’altra. In quell’anta solo gonne e camice; nell’altra le giacche e gli spolverini; i maglioni nel comò. L’intimo nel primo cassetto, i bianchi con i bianchi, la lana con la lana, il cotone con il cotone. Le calze nel secondo cassetto, divise per colore; nel terzo i sotto giacca; nel quarto, inspiegabilmente, i portafogli da una parte e gli occhiali dall’altra. Stessa cosa nei cassetti di mio padre solo che nel quarto riponeva le sciarpe.

Le pentole rigorosamente impilate la più piccola nella più grande; le padelle appese per diametro in ordine decrescente. Passami la 18. La che?

Le tovaglie in camera da pranzo, piegate alla perfezione con dentro i tovaglioli, quelle natalizie in un cassetto, quelle della domenica, in un altro; i bicchieri impilati per due; le posate con l’impugnatura nera in un cassetto in cucina; le bianche in un altro. In un terzo cassetto conservava, invece, a mazzetti, quei filetti di ferro ricoperti di plastica bianca che si usano per chiudere le buste trasparenti per il congelatore ed i tappi di sughero, una parte. Perché un’altra parte la conservava in un barattolo da gelato, sopra la cappa.

Mia madre era ossessionata anche dal possesso. I piatti della Rosenthal erano suoi, pertanto intoccabili; le posate d’argento erano sue, intoccabili pure quelle; la pelliccia; i maglioni; i foulard;  gli anelli; le giacche; i cappotti; i vasi; le piante; i ninnoli; le lampade; l’argenteria tutta; la macchina; le scarpe; le pentole; lo spremiagrumi; il frullatore; lo snocciola olive e il cava tappi, intoccabile pure quello. Per non parlare della sac à poche.

Mamma mi presti per favore la pirofila per fare l’arrosto? No! Me la rompi, me la graffi, me l’ammacchi, me la sporchi, non me la restituisci, la butti per sbaglio. Ma perché? Perché no!

Era talmente ossessionata dalle sue cose, che non buttava niente: le bollette pagate della Sip, poi della Telecom, poi della Tim; le agende Casa Serena a partire dal 1970 al 1986; gli inserti dei giornali per lavori all’uncinetto; le brutte copie delle ricette poi trascritte sul ricettario; i bottoni di tutti i tipi, a centinaia; le spille da balia, a centinaia; gli aghi per cucire, a centinaia; i ditali che erano stati della bisnonna, poi della nonna, poi della mamma; i cappelli stile regina Elisabetta nella cappelliera dal 1960; i guanti di raso; i vestiti dei genitori defunti, comprese le scarpe; ma anche la vestaglietta estiva che era stata della madre e che lei indossava imperterrita da inizio giugno a fine agosto; le scarpe di foca indossate durante la nevicata del 1956 e mai più; le bomboniere con i confetti ancora attaccati; i ventagli.

Infine mamma, era ossessionata dalla sua salute. Mi gira la testa; mi si gonfiano i piedi; guarda questa macchia; guarda le mani; ho il cuore in gola; non mi reggo dritta; mi fa male la gola; ho mal di stomaco; non posso camminare. Lo ripeteva in continuazione, fino a che non ha iniziato a crederci sul serio e se ne è andata per una caduta.

Era così mia mamma: un coacervo di insicurezze irrisolte e di paure latenti tenute insieme da convinzioni per me assurde che la proteggevano ogni giorno dalla vita. Lei si trovava bene con se stessa ed io non sono mai riuscita a decifrare i suoi codici. Ho solo rotto bicchieri e sporcato maglioni e messo in disordine.

L’ho amata da morire, nonostante i nostri abissi. Ed oggi, per esempio, le ho telefonato.

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