PENSIERI UN PO’ SCONESSI MA NEANCHE TANTO SUL VIVERE IN CENTRO ALL’AQUILA

 

Ho conosciuto Carlo su Piazza Rocca di Corno a fine agosto dello scorso anno, o forse erano i primi di settembre, mi confondo sempre con le date. Comunque io ero a spasso con il cane, avevo appena risalito via Rocca di Corno, l’aggregato ricostruito e imponente sulla sinistra e quello incollato con lo sputo sulla destra, un tripudio di crepe e piante infestanti tranne una, di fichi, incastonata nella rete di plastica arancione appiccicata ad un orsogrill un po’ sbilenco.
Le vedi certe piante e ti chiedi come diavolo sia possibile che siano cresciute in certi posti. Alcune si affacciano dalle finestre spalancate da dieci anni; altre crescono sui tetti, avranno radici lunghissime che scendono di piano in piano a cercare la terra e a tenere insieme quei ruderi poveretti, oltre le leggi della fisica, oltre ogni più stupida immaginazione. Certe divaricano le crepe, i rami fanno una curva e salgono al cielo. La vita che supera la morte costi quel che costi, anche sfondare un muro e venire su con tutta la fierezza possibile. Piante che germogliano su un letto scomposto di sassi dove sono morti ragazzini nel sonno fottuto e crudele di quella notte maledetta. Le vedi rigogliose e piene di fiori e davvero fanno a cazzotti con i sassi intorno, al posto della terra; non c’entrano niente. E poi, quando si ricostruirà, che fine faranno? Le estirperanno tutte, stupide piante che ci hanno sbattuto in faccia il senso della resistenza fino alla morte.
Il mio cane, comunque, le apprezza molto, le ha annusate centimetro per centimetro; quelle a terra, intendiamoci.
Quel giorno, mentre si abbassava col sedere su una montagnola di sabbia lasciata dagli operai, divaricando le zampe posteriori per fare pipì, mentre mi guardava con aria languida come solo i cani sanno fare, una cosa tra l’aspettami che ho finito e il perdonami se mi sto finalmente liberando ché ho trattenuto tutto il giorno, arriva Carlo con la sua macchina e parcheggia.
E questo chi è? Mi domando. Sarà un vicino o uno che va in piazza? Non male, penso.
Carlo scende dalla macchina e il cane tira per farsi accarezzare; fa sempre così.
Vede qualcuno che cammina per i fatti suoi e deve per forza salutare.
Scodinzola a tutti, salta addosso, lecca, fa le feste.
Che bello, che cane è?
È un pitbull.
Un pitbull? Ma non sono degli assassini? Domanda tipica, il 90% delle volte. Poi c’è quel 10% che conosce la razza e la butta sulla comprensione: la gente proprio non capisce niente, sti cani sono favolosi. Ok però io ero uscita per farmi una camminata in centro non per intrattenere i passanti per strada, quelli che avevano un cane che poi è morto, quelli che hanno un cane a casa, quelli che lo tengono in borsa, quelli che odiano i cani, quelli che conosci dall’università, dal liceo, dalle medie, dalle elementari e quelli che non avevi mai visto fino ad allora e che comunque il mio cane abborda indistinamente.
Abiti qui? Faccio a Carlo mentre il mio cane gli annusa tranquillamente la patta dei jeans.
Si, mi sono appena trasferito.
Allora siamo vicini!
Piacere io sono Michela.
Piacere, Carlo.
Allora ci vediamo.
Ok, ciao, buona passeggiata.
Grazie.
Ero uscita da una storia che mi aveva piuttosto ciancicata e da sola avevo ingranato, per la prima volta in vita mia. Ero con me stessa da due anni e un po’ e diavolo se non stavo bene! Finalmente iniziavo a sentire il profumo della consapevolezza; la bilancia aveva pareggiato i piatti e stare sola mi stava piacendo un casino. E il fatto di aver preso il cane suggellava il mio nuovo status di donna indipendente anche se con le mie cugine si scherzava sul fatto che avere il cane alla nostra età rappresenti piuttosto l’aver ceduto allo stereotipo più comune di zitella impenitente, oggi classificata single, andando ad acuire quel bisogno tutto femminile di doversi prendere cura di qualcuno o qualcosa, una volta che i figli sono cresciuti; quando invece dovremmo prenderci cura solo di noi stesse. Insomma, avevo appena infilato i piedi in una comoda zitellanza che il mio cane decide che il vicino di casa ha un buon odore.
Allora parte il periodo delle camminate ripetute sotto le finestre, degli incontri sfacciatamente non casuali, dei parcheggi appaiati, delle scuse per potersi rincontrare, dello scambio dei numeri di telefono; ti va una birretta da me? sì, perché no? Il primo bacio un po’ goffo sul portone, le risate che scappano da sole, la testa a festa, lo stomaco che sussulta ad ogni squillo di telefono, le parole che non vengono, la prima passeggiata in Piazza Duomo mano nella mano, la prima cena fuori, gli amici che vogliono sapere, i figli che ti prendono in giro; amore porti tu il cane a spasso, stasera? sì amore.
E mi convinco che le cose non capitino mai per caso. Una casa ce l’avevo, io, a Via Garibaldi e ci abitavo da appena due anni. Bella da morire, la casa che sognavo sin da bambina quando costringevo mio padre a farmela vedere, di domenica pomeriggio. Prendevamo la macchina e andavamo in giro come due scemi: la Fontana Luminosa, il primo tratto di Corso, Via Garibaldi, giù per i Salesiani, su per Via XX Settembre, giravamo alla Rivera, la Fontana delle 99 Cannelle, prendevamo per Roio fino a Monteluco poi indietro passando per Pianola, la salita di Collemaggio, il Cimitero, il Torrione, San Francesco, la strada per Collebrincioni, casa. La stessa casa dove sono vissuta fino a 19 anni e che mi ha ospitato dopo la separazione, a ridosso del terremoto e fino a tre anni fa.
Quando ho portato i figli a Via Garibaldi, stentavano a credere che avessimo una casa così bella. Sono rientrati dal mare che non sapevano niente.
Dobbiamo andare a trovare una signora.
Ma mamma, siamo distrutti, vogliamo andare a casa.
No, dobbiamo andare.
Noi ti aspettiamo in macchina.
Scendete, forza!
Ma mamma!
Quando hanno visto che anziché suonare infilavo la chiave nella toppa mi hanno osservata sgranando gli occhi.
Benvenuti a casa nostra!
Ma che dici?
Hanno girato spasmodicamente tutte le stanze, aperto le finestre, gli armadi e i cassetti della cucina, si sono buttati sui letti e poi sul divano.
Ma davvero è nostra?
Sì, ragazzi.
Due anni bellissimi, contaminati purtroppo dagli schiamazzi della città che riprendeva a vivere di notte, su Piazza Chiarino. L’inizio delle occhiaie sempre più marcate, i richiami dal balcone della camera da letto, ma brutto idiota che fai, stai vomitando sotto la mia finestra? i figli che sparano i piombini dal balcone agli ubriachi, ma che siete matti? Una notte scendono quattro ragazze da una macchina e col volume ancora a palla, si calano le mutande e fanno la pipì per strada.
Ma non potete andare a tirarvi su le gonne nella toilette di un bar o, se vi dà fastidio il chiuso, nel giardino di casa vostra? suggerisco dalla finestra.
Fatti i cazzi tuoi, noi pisciamo dove ci pare. Mi risponde una di loro.
Allora io invoco la dignità, quella che una ragazza ventenne ben vestita dovrebbe portare nella borsa affianco al rossetto.
Va va, vattene a dormire, sta deficiente! e le altre sghignazzano.
Ok ok, vado a dormire, però voi fatelo un sorriso, almeno alla telecamera perimetrale che vi ha appena riprese.

Ragazzi cambiamo casa.
Ma ancora? E dai!
Trasloco mentre loro sono al mare; la casa è pronta in una settimana ma senza allacci; partono le suppliche alla società dell’energia elettrica e a quella del gas; l’acqua c’è. La notte dormo a casa di mia madre ma di giorno sono sempre a casa nuova. Poi arrivano i tecnici con i trapani, un primo contatore, un secondo contatore; evviva ce l’ho fatta!
Una mattina, mentre vado giù di straccio, mi affaccio dalla camera di uno dei figli e mi rendo conto che proprio lì davanti, in quell’aggregato tenuto su con lo sputo, in una casa col cortile, il 16 novembre del 1937 nasceva mio padre; 6 chili tondi tondi, povera nonna. Ma come non ci avevo pensato prima? È la casa ritratta da nonno Silvio nel quadro che sta a casa di mamma, in sala da pranzo, dove sono nati tutti i fratelli Santoro. Si entrava da via delle Bone Novelle e ogni volta che ci passavo con la macchina, la guardavo con amore, pur non essendoci mai entrata; è la casa dov’è nato mio padre, quella! Me ne ero dimenticata, come pure ho rimosso il nome di tante strade che non ho più percorso, dopo il terremoto. Aspetta, come si chiamava quella via, la traversa di via delle Grazie?
Ma tutto torna. La mia vita che si intreccia con le pietre e con loro respira lentamente, a volte a fatica, a volte no.
Se devo vivere all’Aquila, che sia in centro.
Sì, ma non c’è nessuno, è tutto vuoto! mi dice la gente.
È vero, non è che ci sia tutto questo pienone; l’inverno, soprattutto, quando esco con il cane, dopo cena, certe volte fa più rumore il silenzio che il ritmo dei tacchi delle scarpe sulla strada, dove una volta c’erano i sanpietrini e oggi c’è l’asfalto rattoppato messo apposta per i camion. E allora mi ricordo che quando mi trovavo a percorrere quelle vie del centro, quando c’erano tutti i negozi accesi e la città era per strada ed io me ne andavo in giro salutando tutti e mi fermavo a bere con chi più mi andava a genio e rientravo a casa per ultima, su quelle stesse strade ho rotto tanti di quei tacchi che mia madre ogni volta mi guardava con un tale disprezzo che avevo paura di dirglielo. Una volta finii tra le braccia di un consigliere comunale solo perché mi sbilanciai per porgergli la mano ed una delle scarpe, la destra, mi rimase incastrata tra i sanpietrini. Per liberare la scarpa ci volle un sacco di tempo, almeno a me sembrò così, anche perché mentre io mi sorreggevo al muro col piede nudo alzato da terra, due volontari si erano piegati nella speranza di restituirmela integra. Vi prego, fate il possibile, mamma stavolta mi ammazza! Ero su via Marrelli e non ero neanche ubriaca.
Amore che facciamo stasera? chiede Carlo
Boh, io starei volentieri in casa; magari faccio le pizze fritte e le zeppole, va’.
Uh, leggero! Però sì, stiamo a casa, almeno questo sabato. Semmai dopo cena arriviamo in piazza Duomo.
Amo stare in casa, non ci sto mai. Amo prendere il mio tempo, fare le cose che mi piacciono, scrivere, cucinare, dipingere, leggere. Amo la mia nuova casa aquilana con vista aggregato parzialmente demolito con le nuove piante che sono venute ad abitarci e i miei vicini, quelli sulla destra e quelli sulla sinistra; anche quelli nuovi che nel primo pomeriggio litigavano con tale veemenza che non si capiva manco quello che si stavano dicendo. Peraltro, mi ero messa un attimo sul letto. Si tiravano le parole, una dietro l’altra, sbattendo ripetutamente il portone.
Ma’, stai a senti’ questi come litigano?
Amore non ti curare, tra un po’ sbollono e torna tutto come prima.
A ma’ ma questa tiene ‘na voce peggio di ‘na sirena.
Accendi la musica e mettiti le cuffiette, ok?
Costretta a chiudere il capitolo pisolino, mi metto a stendere la pasta lievita, un po’ in anticipo ma poi penso che sia meglio fare le cose con calma piuttosto che arrivare all’ora di cena pronta più per il letto che per la tavola. Alla quarta stesura di pizzetta, suona il campanello.
Apro io! Fa Riccardo, dal piano di sopra.
Ciao Michi!
Ciao ragazzi! Sono tre amici di mio figlio.
Che stai facendo?
Pizze fritte e zeppole.
Ngulo che mito! mi dai un pezzetto di pasta cruda? domanda uno dei tre.
Ma ti fa male!
Dai, piccolo piccolo.
Ok, però ora smammate dalla cucina.
Vado avanti con le pizzette e suona di nuovo il campanello.
Vado io! Sempre mio figlio.
Ne arrivano altri tre.
Ciao Michi.
Ciao ragazzi.
Altre pizzette, altri tre. Passo alle zeppole e arrivano le ragazze; cinque.
Ciao Michi!
Ciao ragazze?
Che fai?
Zeppole e pizze fritte!
Che buone! Andiamo su.
Dite ai ragazzi di abbassare la musica, però.
Ma quanti ne sono? Domanda Carlo.
Boh, mi sembra di averne contati undici.
Dindon. Apre Carlo,
Buona sera, c’è Riccardo?
Sì, c’è anche lui.
Arrivano anche i nostri amici e dentro casa sembra Capodanno. Il citofono suona in continuazione, il portone si apre, il cane va su di giri. Al piano di sopra i ragazzi ascoltano la musica a tutto volume ed urlano per parlarsi. Mando su Carlo a dire di abbassare e lui ritorna dicendo che ce n’è uno con la pistola ed uno col fucile che giocano alla play mentre gli altri ballano in camera di Riccardo, con la finestra spalancata.
Ad occhio sembrano più di undici, dice Carlo.
E mentre inizio a friggere, il flusso di ragazzini si sposta in uscita. Passano davanti alla cucina, uno alla volta, salutando. Uno si ferma e chiede il phon, dice che deve rifarsi la frangia.
Hai la lacca?
No
Ma come, non usi la lacca?
No, a mala pena li asciugo.
E il beccuccio del phon?
Neanche quello.
Le ragazze vanno via per ultime, mi baciano tutte; Riccardo esce con loro. Alla fine, erano ventuno. Poi uno dei miei amici, esce a fumare una sigaretta e incontra il vicino litigioso.
Oh, questi fanno sempre casino!
Dai su, sono ragazzi! E poi sono le 19.30 ed è sabato e sono andati tutti via.
Mentre lo racconta mi viene da ridere. Ma come, oggi litigava come un pazzo ed ora siamo noi quelli che facciamo casino! È vero, siamo rumorosi, a volte. Più che altro casa nostra è diventata un posto dove passare, dove fermarsi, dove rientrare in tanti la sera dopo la disco e dormire tra il salotto e le camere da letto. Certe domeniche mattina facciamo colazione in sette, otto.
Mamma ci fai il latte con il Nesquik?
Questa è l’ultima volta che mi riempi la casa, capito?
Sì, te lo prometto!
Ma poi non succede mai, per fortuna.
L’altra settimana ero sola in casa e fuori pioveva a dirotto. Mi chiama al telefono un amico di mio figlio.
Richi non c’è.
Lo so! solo che piove a secchiate e non sappiamo dove andare.
Mi stai dicendo che volete venire qui a ripararvi?
Esatto!
Quanti siete?
Beh, abbastanza.
Scordatelo, ieri ho pulito tutta casa.
Ci leviamo le scarpe, giuro.
No!
Ma, siamo zuppi…
Silenzio.
Ok, che vi preparo?

Non ce la fai proprio a dire di no, eh? Mi dice Carlo, ogni volta.
No, non ce la faccio, soprattutto a loro, a questi ragazzi che sono come le piante che nascono tra le macerie, sfacciati e apparentemente illogici ma aggrappati a questa città esattamente come lo eravamo noi alla loro età. Questa città che per noi non è più la stessa e per loro è semplicemente L’Aquila.

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