Lavori in corso

Il collare è sulla poltrona nell’ingresso. A volte, però, lo appoggio sulla cappelliera che ho portato da casa di mia madre, con dentro due cappelli a falde larghe di tulle, uno rosa ed uno bianco, piuttosto rigidi.

Come faccio per prenderlo, il cane se ne accorge e arriva come un razzo, qualsiasi cosa stia facendo; in genere dorme. Dal letto passa al divano, poi chiede di andare in giardino, si sdraia al sole poi sente troppo caldo e chiede di rientrare. Mi sta appiccicato se sono ai fornelli, altrimenti si appisola nei suoi posti preferiti e, solo mentre mangiamo, sul tappeto ai nostri piedi.

Appena apro il portone, il cane guarda sempre sulla destra. Si mette in mezzo alla strada e fissa non so cosa, annusa l’aria e aspetta che io gli indichi la direzione. Davanti a casa c’è un aggregato sgangherato che non vede la via del ritorno, a nuova vita intendo.

Uno dei palazzi, quello giallo a tre piani che, a guardarlo di lato, era tutto sbilanciato sul davanti, è stato abbattuto ormai da quasi un anno. Sicché, quando esco di casa la prima immagine che vedo è una voragine cosparsa di macerie al di là delle reti di protezione.

Per buttarlo giù ci sono voluti quattro giorni; durante i lavori di abbattimento non potevamo né uscire né rientrare e comunque, dovevamo avvisare il capocantiere e comunicare i nostri movimenti, se in orario di lavoro.

Vedere abbattere un palazzo ha sempre un non so che di romantico ma solo perché vuol dire che sta per esserne ricostruito uno nuovo, antisismico e tutti i condomini potranno rientrare e ripopolare un piccolo fazzoletto di centro.

E già senti le voci, vedi le persone, ascolti le radio e le televisioni, respiri l’odore di sugo, cotto lentamente la domenica mattina.

Ora tutto questo, davanti a casa mia, ancora non succede, nonostante sia passato tanto tempo. Il resto dell’aggregato è un enorme rattoppo che aspetta solo di sentire le mani addosso che iniziano a medicarlo; i tetti sono fradici e ogni tanto piove una tegola, nonostante le piante spontanee si prodighino per trattenerne le ferite.

Quando esco con il cane, ci incamminiamo sempre verso sinistra, in salita, tenendoci l’aggregato sgarrupato sulla destra.  In pochi passi arriviamo sulla piazzetta, in fervore dalle 8.00 alle 17.00.

L’aggregato che ci si para davanti è stato da poco spacchettato ed è bellissimo. Un giorno ho incontrato un signore che, in precedenza, aveva abitato in una di quelle case e gli ho chiesto se stesse per rientrare. Lui mi ha guardata e mi ha risposto secco che no, non sarebbe mai rientrato, almeno finché non avessero ricostruito quella bara, indicando l’aggregato che mi sta difronte a casa e che prosegue sulla piazza.

Lì per lì sono rimasta molto colpita dalla violenza di quell’immagine e mi sono persino infastidita. Con una casa così bella, appena ricostruita, come si fa a non vedere l’ora di rientrare!

Poi ho pensato che il mostro, quella notte, deve essere stato particolarmente aggressivo su quella casa e nel petto di quel signore deve battere ancora una paura troppo forte da impedirgli di tornare, scavalcati ormai i settanta, nel luogo dove sarebbe stato bello consumarsi.

Proseguendo su via San Marciano, sul tratto che porta a via dell’Arcivescovado, gli aggregati sono in dirittura d’arrivo. Di notte è buio perché non c’è neanche più l’illuminazione dei cantieri. Ma di giorno, ah, di giorno sono uno spettacolo. Basta alzare lo sguardo e si rischia di perdere il naso nell’azzurro degli affreschi appena rianimati.

Quando torneranno ad abitarci, la prima cosa che farò sarà suonare al campanello per chiedere di entrare a vedere da vicino tanta bellezza.

Suonerei ovunque. A volte mi fermo a leggere i campanelli per vedere se conosco qualcuno, magari posso fare un salto. Qualche sera prima della quarantena, camminando lungo via Santa Giusta e poi via delle Grazie, ho contato un sacco di campanelli accesi e mi è sembrato quasi un miracolo. Certo, prima che si riempiano tutti quei palazzi passerà ancora molto tempo ma basta una luce accesa nella notte, su una strada buia, ad illuminare un’intera fila di facciate.

Passo molto tempo da sola con il cane e la città, di sera. Il più delle volte sento solo i miei passi e spesso attraverso vicoli che si illuminano solo sul finire, lunghi tunnel neri dove mi assale un freddo innaturale, anche quando tutto intorno è caldo. Dopo quattro anni, non riesco ancora a farci l’abitudine.

Non è l’oscurità a farmi paura ma quel gelo palpabile che mi si appiccica addosso grattandomi prepotentemente di dosso tutti gli anni che mi separano dalla mia vita precedente.

Io odio quel gelo violento, troppe volte me lo sono portato nel letto. E allora, visto che ormai so bene dove incontrarlo, cerco di girare alla larga per andare incontro al calore dei palazzi rinati. Mi incammino per il corso e sento l’odore di casa; un lungo passaggio tra quello che è stato e quello che sarà, dove la città che è oggi riporta la pelle all’Aquila di allora.

Piazza Duomo, splendida pur se spoglia del suo vestito più bello: la gente. Una sera, non molto tempo fa, sentivo da via Roio una voce che, man mano mi avvicinavo alla piazza, si faceva sempre più alta.

Arrivata in piazza, spalle al Duomo, mi sono fermata ad osservare l’unico presente: un ragazzo con una folta barba scura che, camminando tutto intorno alla fontana, parlava animosamente al telefono indossando le cuffiette, in una lingua rocciosa che non avevo mai ascoltato. Il vuoto era talmente invadente da amplificare la sua voce in maniera impressionante. Una scena surreale, forse una di quelle che mi sono rimaste più impresse da quando sto in centro.

Prima mi impressionavano i portoni aperti delle case ancora puntellate. Ora passo e li accosto e se, l’indomani li ritrovo aperti, provo di nuovo a chiuderli.

A contarli, oggi, quei portoni sgangherati sono ancora troppi; più delle gru che tempestano lo skyline, più degli anni che ci sono voluti per ricostruire una parte di città e di quelli che ancora ci vorranno per rivederla tutta intera.

Più di quelli che vengono chiusi da chi è tornato ad abitarli.

 

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