Di essere figli

Mio padre, l’ho visto morire. Mia madre no. Non ero con lei in quel momento.

Lei è venuta a chiamarmi, alle 4.30 del mattino, con un pugno nello stomaco. Svegliati, vieni a salutarmi. È l’ultima volta.

Stasera dormo in tuta, ho detto al mio compagno, uscita dall’ospedale. Come quando faceva il terremoto, con un piede fuori dal letto e l’orecchio sveglio sulle cose intorno.

Perché dormi con la tuta? Perché sì; non mi spoglio, stasera. Sono crollata, ero distrutta da tante ore su una sedia e mia madre a raccogliere le immagini nell’aria con le mani. Toglimi il cappello, mi dà fastidio. Mamma non hai il cappello. Ah no? Allora alzami la schiena; no così, così è troppo. Abbassami un pochino e toglimi sto cappello che non lo sopporto. Prova a riposare, mamma. C’è qualcosa sul soffitto, lo vedi? Prendilo. Sì mamma ora lo prendo così non ti disturba. Chiudi gli occhi, rilassati, dammi la mano.

Chiudeva gli occhi, pochi minuti e poi ritornava a gesticolare nella penombra della stanza.

Dottore, mamma non sta bene. Non si preoccupi, signora, è solo dissociata; c’è un signore due stanze più giù che chiama i genitori da venti giorni. In questo reparto è così. Dottore, non è solo dissociata, è irrequieta, non si da pace. L’intervento è andato bene, stia tranquilla.

Mamma stasera torno dai ragazzi e domani sera dormo con te, va bene? Chi resta con me? Viene Cristina. E’ buona Cristina? Sì mamma, è buonissima, una cara ragazza. Io torno domani mattina prima delle sette. Tu cerca di dormire e domani stiamo insieme tutto il tempo.

Cristina, se ci sono problemi, chiamami, vengo subito. Stai tranquilla, vai a riposarti. Dottore, la prego, prima di andare, controlli mia madre, la sento sofferente. A domani.

Il telefono attaccato alla finestra sennò non prende. Arriva prima il pugno nello stomaco e poi lo squillo, neanche un minuto dopo. Tanto lo sapevo. Michela vieni, tua madre non sta bene. È morta? No, ma vieni.

Mamma è morta, me lo appena detto lei. Riccardo, tesoro, io vado da nonna, credo che se ne stia andando. Davvero, mamma? Sì amore, credo di sì.

Salgo in macchina, chiamo mio fratello. Stefano vieni in ospedale ché ha chiamato Cristina. Ma come? Vieni Ste, vieni a salutarla.

Le stavano liberando il torace dalle ventose dell’elettrocardiogramma, quando sono arrivata. Le infermiere mi hanno guardata con la rassegnazione negli occhi, condoglianze. Cristina piangeva, mi dispiace.

Mamma, perché non mi hai aspettata? L’ho baciata sulla fronte, aveva gli occhi aperti e pure la bocca. Quando le mie labbra l’hanno sfiorata, un ultimo respiro è uscito dal suo petto. L’ho sentito, breve. Mi si è appiccicato addosso.

Poi ci hanno fatto uscire, andate a prendere i vestiti. Con papà, la morte l’abbiamo quasi implorata. Stava male, non ne poteva più. Mamma no, era solo caduta, sei giorni prima. Che le mettiamo? Ste, io vorrei metterle questo vestitino verde e i mocassini nuovi. Non voglio vederla di scuro, no. Va bene.

Ma ti rendi conto? E’ morta, è assurdo. Abbiamo fatto colazione io e mio fratello, a casa di mamma, come due scemi.

Lo sai che mi ha svegliata mentre stava morendo? Tu te lo sentivi da subito, però. Sì, sarà che conoscendola, non avrebbe mai accettato di dipendere da qualcuno. Siamo rimasti io e te, ora. Sì, Ste. Tocca a noi, i genitori siamo noi, da adesso in poi. Sarà pesante i primi tempi ma poi ci abitueremo. In fondo siamo grandi e siamo stati figli amati, fortunati.

E’ che uno, di essere figlio, non dovrebbe smettere mai. È vero Ste, ma arriva il momento che i genitori uno se li porta dentro anziché affianco. Ogni volta che ti mancherà una risposta, cercala nelle tue tasche e quella uscirà fuori.

Con papà ha funzionato. Sono piene, le nostre tasche, ce ne renderemo conto per strada.

L’odore del caffè, la cucina di mamma. Mi ricordo di piangere, ancora non l’avevo fatto.

Mia madre, con sua madre.

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