La sua montagna.

La sua prima moto fu una Laverda Jota 1000 di cilindrata, color oro. Il sedile di pelle. La comprò appena uscita, nel 1976 quando la sua vita si divideva tra L’Aquila, Roma e l’Africa.

In quel periodo capitava che trascorresse lontano da casa anche due mesi.

Disegnava impianti elettrici per grandi strutture. Aveva inaugurato aeroporti ed ospedali, mangiato carne di scimmia e serpente. Ammirato la potenza delle cascate Vittoria e la bellezza selvaggia del Serengeti Park.

Tornava a casa carico di diapositive ed il sabato sera, sedersi sul divano dietro al proiettore era, in quegli anni, diventato una consuetudine.

I figli non aspettavano altro. E poi tornava carico di ricordi del posto. I bonghi di cuoio con le estremità coperte di pelle di gazzella, i campanacci dei cammelli, le maschere tribali colorate di rosso, le brocche di corda in cui mantenere freschi i liquidi, le collane di avorio grezzo ed i bracciali.

Aveva regalato tutto a chiunque gli dicesse “che bello!”, tranne una bocca di squalo aperta che aveva appeso nel suo studio, sopra l’interruttore della luce.

Una volta a Mogadiscio aveva visto una signora bagnarsi i piedi nell’oceano Indiano e riuscire trascinata da due pescatori con le gambe a brandelli. Lo raccontava spesso, ne era rimasto sconvolto.

Il sangue lo sopportava benissimo ed anche le scene cruente. Come quella volta a fine anni ’70 che a Roma, in via Tagliamento, proprio davanti al Piper, aveva soccorso una signora dopo che due ragazzi su una vespa, le avevano strappato il lobo di un orecchio per rubarle un orecchino d’oro.

Dopo aver assistito a quell’orrore, per lunghi anni aveva impedito a sua figlia Michela di farsi i buchi alle orecchie. Come se all’Aquila potessero succedere cose del genere.

Non si sa mai, diceva. La gente è imprevedibile.

I buchi alle orecchie Michela se li era fatti lo stesso, da sola però, con i cerchi d’oro della madre, il ghiaccio ed un tappo di sughero dietro al lobo. Tre all’orecchio destro e due al sinistro. Francesco se ne accorse dopo tanto. Sì, però quando vieni a Roma, gli orecchini te li scordi!

Con Michela si erano conosciuti tardi, diceva. Quando lei era già all’Università e lui l’accompagnava in macchina, dall’Aquila a Macerata. Fino a quel momento il dialogo tra loro si era limitato al minimo indispensabile.

In fondo, lui c’era poco e quelle volte che c’era restava chiuso nel suo studio a dipingere.

Poi un giorno, sulla A14, direzione nord, solo con sua figlia, si era aperto.

Ho amato tua madre che ancora era una ragazzina; frequentava il secondo anno di ragioneria quando ho iniziato a seguirla. La prima volta che l’ho vista seppi dalle compagne che non era aquilana e che si era da poco trasferita da Pesaro con i suoi genitori. Avevano trovato casa alla stazione, proprio davanti all’edificio della Zecca dello Stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale, con dentro il bozzetto delle lire disegnate da tuo nonno Silvio. Scendevo da Borgo Rivera tutte le mattine per seguirla fino fuori alla scuola. Spesso, alla Fontana delle Novantanove cannelle trovavo le donne a lavare i panni.

Non si accorse mai di niente, mai. Poi lei incontrò mio fratello Nino. Il resto lo sai, insieme lo abbiamo curato, insieme lo abbiamo seppellito.

Non eri geloso di lui, papà?

No, perché? La gelosia è dolorosa per chi la soffre e per chi la subisce. Ero felice per loro. Se avessi visto quanto erano innamorati avresti capito.

Quando Nino è morto mi sono sentito in dovere di ridare una famiglia a suo figlio Stefano. Un dovere forse più forte dell’amore che ancora provavo per tua madre. Lei ci ha messo un po’ per aprirsi, d’altronde era comprensibile. Ma ancora oggi so che, da quando ha imparato ad amarmi, non ha più smesso.

Anna Maria e Francesco si erano sposati nel mille novecento sessantanove al Convento di San Giuliano. In viaggio di nozze in Sicilia avevano portato anche Stefano che allora aveva nove anni e che di quel matrimonio ancora oggi ricorda ogni particolare, la gioia soprattutto, per avere di nuovo un padre.

Michela era nata l’anno dopo il matrimonio, nella nuova casa, una villa poco fuori dal centro in cui vivevano anche i genitori di Anna Maria.

Francesco era felice della sua vita, di quello che aveva costruito e della libertà che era riuscito a salvare in tanti anni di matrimonio.

Non poteva più lanciarsi nel vuoto con suo paracadute ma gli era rimasta la moto. Della Laverda, conservava una foto che la ritraeva parcheggiata nel cortile della nuova casa con Michela piccola sopra, tutta protesa verso il manubrio. Nella foto si intravvedeva anche il dietro della Fulvia bordeaux del suocero, con la targa nera quadrata a cinque numeri, due sopra e tre sotto.

Ora aveva una Ducati Multistrada 1100. La mattina in cui il medico gli aveva confermato un cancro ai polmoni, dopo aver portato a casa il solito vassoio di mignon, salì in sella alla sua moto e, insieme alla sua libertà, si incamminò verso Campo Imperatore.

Lungo i tornanti che portano a Campo Impetratore incontrò un gruppo di ciclisti. Poi nessuno.

All’arrivo della Funivia parcheggiò la sua Ducati e si incamminò sull’erba.

Si sedette per terra davanti all’ultimo tratto dei valloni, dove le due coste della montagna si incontrano disegnando l’omonimo percorso. A memoria, disegnò ogni tratto.

Immobile, guardò davanti a sé tutta quella bellezza.

È l’ultima volta che ti potrò toccare, disse alla sua montagna. E finalmente pianse.

PS: la storia, rimaneggiata, fa parte di un libro su mio padre che non pubblicherò mai perché lo sto riscrivendo. La foto, invece, è un acquarello di mio nonno Silvio Santoro, colui che disegnava le lire.

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