Le due metà

Dalla finestra del salotto vedo una finestra ferma al 6 aprile 2009; la serranda verdina ormai sbiadita un po’ più su della metà, la tenda adagiata su un lato che sembra ingessata e due vasi di fiori ormai vuoti sul piccolo davanzale. Spesso penso a come sarebbe se avessi dei dirimpettai, cerco di immaginare le loro facce. Forse quella era la cucina o forse no e la serranda è rimasta alzata per via delle scosse; magari gli inquilini sono scappati prima delle 3.32 pensando di rientrare e, invece, non vi hanno fatto più ritorno.

La scorsa settimana hanno rinforzato le impalcature perché dal tetto piovono pezzi di tegole. Ora via Rocca di Corno, dalla metà in su, è stretta stretta.

A guardarla non si direbbe che sia abitata, soprattutto di sera, quando i lampioni rimasti non bastano ad illuminarla del tutto. Da casa mia in giù è tutto buio; a volte è addirittura inquietante, soprattutto quando tira vento. Nonostante intorno vivano già molte famiglie, prevale ancora il senso di abbandono, di precarietà. Parcheggiate vi sono molte macchine ma la vita, dentro le case, ancora non si percepisce.

Bisogna abitarci per sapere che non si è soli. È comunque necessario orientarsi verso la metà viva della strada e tendere l’orecchio verso una voce o una radio accesa. Soprattutto ora che le misure anti Covid ci costringono alla distanza sociale.

Sono giorni che non sento più il profumo di ragù della cucina del Sig. Catelli, il mio vicino, che ha portato il suo laboratorio in centro storico e che, prima delle restrizioni, oltre ai catering, preparava da mangiare anche agli operai dei cantieri della ricostruzione.

Era davvero felice; lavorava con tutta la sua famiglia, dal mattino prima delle sei fino al tardo pomeriggio. Ora lo incontro qualche volta, quando esco con i cani, da solo. Viene nel suo locale a pulire sul pulito; dice che a casa si sente di impazzire.

Angelica, invece, viene tutti i giorni ad aprire la sua scuola di Yoga, anche se fa lezione da remoto. Mi accorgo che c’è perché le finestre che danno sulla strada sprigionano un intenso profumo di incenso. Poi alzo la testa e scorgo anche la luce discreta che mostra lo splendido soffitto affrescato.

Affianco a casa mia, muro a muro, abitano dei miei amici molto cari e la cosa mi piace un sacco. Anche se ci vediamo poco, sappiamo che possiamo contare gli uni sugli altri. A volte ci telefoniamo anche se faremmo prima ad affacciarci alla finestra; siamo ancora rimasti in modalità vita precedente. E ancora più giù, abita un’altra mia amica che incontro sempre, io rientro e lei esce o viceversa. Anche sulla mia testa abita una famiglia di amici; col bel tempo ci parliamo dai giardini.

Quando ho conosciuto il mio fidanzato, su Piazza Rocca di Corno, nel goffo tentativo di poterlo rivedere, gli dissi che avrei voluto organizzare una cena sulla piazza con tutti i vicini. Lui pensò subito che ci stessi provando perché, a parte me, lui non aveva mai incontrato nessuno, da quelle parti.

Il fatto di non rendersi conto di avere dei vicini, secondo me capita perché non sempre siamo orientati verso la metà viva della strada. Perché la metà ferita fa ancora molto rumore ed è impossibile non esserne travolti. Anche perché ce l’abbiamo davanti agli occhi tutto il giorno, tutti i giorni.

La finestra con la serranda verdina è incastonata in una casa che, esternamente, non sembra neanche così malandata. Solo che, oltre a piovere tegole dal tetto, l’abitazione è appoggiata ad una meravigliosa casa vincolata tenuta su da un miracolo, le cui finestre sono tutte aperte; le persiane si reggono per un cardine, sono venute un po’ giù, sembrano ali. Da una finestra del primo piano si vede il cielo che entra dal tetto, fa pensare ad un trompe l’oeil. Da un’altra sbuca una pianta; quando sono venuta a vivere qui era un timido fuscello. Ora si è irrobustita e buca l’azzurro, tutta protesa verso l’alto.

Poco prima di Natale, passavo con mio figlio; aveva smesso di piovere già da ore ma dalle impalcature intorno alla casa con le ali alle finestre, scendeva ancora tanta acqua. Allora lui mi ha chiesto se ancora stesse piovendo ed io gli ho risposto che no, non era pioggia; la casa stava piangendo. Lui ha annuito, sa che in quella casa è andato perduto il sorriso di una bimba di nove anni. Allora l’abbiamo salutata; lo facciamo spesso.

Poi siamo saliti in macchina e, prima di andare dove eravamo diretti, abbiamo fatto un salto in Piazza Duomo perché ogni tanto ne sentiamo l’esigenza, ci fa stare bene. C’era gente, in giro. Ci siamo ricaricati, abbiamo respirato un po’ di normalità e ci siamo detti che, in fondo, questa città è sempre pronta a strapparci un sorriso.

Anche quando sembra più difficile del solito.

Basta orientarsi sempre verso la metà viva.

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