Era di maggio


Fece un lungo respiro sedendosi sulla sedia, quasi sul bordo, le gambe una vicina all’altra come stesse per alzarsi da un momento all’altro; poi prese il telefono, fissò lo schermo giusto il tempo per buttare fuori l’aria dai polmoni e visualizzò il numero di Giovanni.

Era un pomeriggio di fine maggio, troppo tardi per fare merenda, troppo presto per pensare alla cena.

Lei, Mara, viveva poco fuori le mura, all’Aquila, su Viale della Croce Rossa, in una palazzina degli anni 60 ancora ben tenuta, sulla curva che dà sul retro dello stadio comunale.

Li dividevano un viale, un corso ed una piazza, la più grande: Piazza Duomo. Giovanni viveva, a due passi dalle Anime Sante, dietro all’Arcivescovado, in via Rocca di Corno, dentro le mura. 

La luce era ancora calda e avrebbe fatto buio tardi. La donna pigiò sul telefono con l’indice della mano destra. 

Ciao Giovanni, ti va di vederci? 

Giovanni aspettò un attimo prima di rispondere. Fa’ un salto da me, sono in giardino. 

Mezz’ora dopo Mara suonò il campanello di casa di Giovanni. L’uomo impiegò un po’ di tempo ad aprire. Quando se la trovò davanti disse scusa, stavo annaffiando.

Attraversarono l’ingresso e presero le scale, per andare in giardino, al piano di sopra.

Faccio il caffè? 

No grazie, il caffè a quest’ora mi compromette il sonno. Preferisco un bicchiere di acqua fresca.

Mara fermò lo sguardo sulle rose rosse, rigogliose e ben curate. Sono meravigliose!

Non chiedono tanto impegno, sai? Rispose Giovanni, poggiando il vassoio con l’acqua sul tavolo da giardino. 

È così bella, questa casa. Ogni tanto ho bisogno di tornarci. 

Il sole stava per accomodarsi dietro alle montagne e l’aria era ancora tiepida. La signora del piano di sopra, iniziava ad innaffiare il suo giardino, quattro metri più su di quello di Giovanni. Tutto riportava indietro nel tempo e Mara sembrava persa nei ricordi, sembrava annusarli.

Era bellissima e lui non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. Non era cambiata per niente dalla prima volta che l’aveva vista; neanche la gravidanza aveva sconvolto le sue forme. La vita era stretta ed il seno intatto, sotto la camicetta appena sbottonata.

In realtà ti avevo telefonato per chiederti se ti va di uscire, una sera di queste.

Va bene.

Intendo uscire a cena, non una semplice passeggiata. Magari ci facciamo anche una passeggiata, prendiamo un gelato; e poi mi porti a casa a piedi, dopo cena. E se ti va sali su e resti un po’ con me.

Cosa stai cercando di dirmi?

Ti sto dicendo che tu sei solo ed io sono sola. E la sera non riesco a dormire e ho troppe cose nella testa da buttare fuori. E a volte ho paura.

Paura di cosa?

Che mi succeda qualcosa, che succeda qualcosa a mio figlio. È ancora un cucciolo, che genere di aiuto potrebbe darmi?

Sì, lo capisco.

Magari qualche sera, il fine settimana, potresti cenare con noi, oppure potremmo andare al mare, tutti insieme. 

E con Tommy come pensi di fare?

In che senso?

Intendo, se usciamo, dove pensi di lasciarlo? Tua madre vive a duecento chilometri da qui.

Lo posso lasciare dai vicini, ormai ha dieci anni. E poi mica facciamo tardi. Ceniamo, mi riporti a casa e, se vuoi, vieni su con me. Il tempo di prendere Tommy dai vicini, metterlo a letto e parliamo, io e te. Almeno finché non mi viene un po’ di sonno.

Va bene, quando vorresti uscire?

Non lo so, la prossima settimana, o anche questa. Quando vuoi tu, insomma; quando sei pronto.

Giovanni sorrise. Quando sono pronto! E mica mi stai costringendo ai lavori forzati?

In un certo senso sì, rispose Mara, ormai avviata verso le scale.

Scesero al piano di sotto, lei davanti a lui, reggendosi al passamano. Sul portone Giovanni esitò un istante. Come rimaniamo?

Dai, pensaci su; forse sono stata un po’ troppo avventata. Chiamami solo se sei convinto.

L’uomo annuì con un cenno della testa. Lei lo baciò sulla guancia, frettolosamente e riprese via Rocca di Corno in salita, con passo svelto.

Rimase a guardala andare via. L’aveva sempre amata, anche quando lei aveva sposato suo fratello.

Aveva trentatré anni, quando morì. Si chiamava Nicola e aveva quattro anni più di Giovanni.

Un giorno, rientrando a casa, la casa di famiglia, quella di via Rocca di Corno dove ora Giovanni abitava da solo, annunciò a tutti, padre madre e fratelli minori, che si era innamorato e, da lì a poco, avrebbe preso la grande decisione.

È una ragazza straordinaria, bellissima: si chiama Mara e non vedo l’ora di presentarvela.

La notizia aveva generato un entusiasmo contenuto come da copione. Era una famiglia composta, si rideva poco e si parlava a voce bassa. Mai una discussione e mai un abbraccio; d’altronde la Signora Ada, aveva generato solo figli maschi, cinque; e ai maschi si doveva insegare ad essere tutti d’un pezzo. Gestione delle emozioni e poche parole, la regola buona per ogni occasione.

Quando Nicola portò Mara a casa dei genitori, non fu chiara la reazione di Giovanni. Nicola avrebbe voluto chiedergli cosa gli fosse passato per la testa ma poi lasciò perdere, preso com’era dalle sue emozioni da domare.

Devo, devo uscire. Ho un impegno, me ne ero dimenticato. 

Ma come hai un impegno? Mara è venuta a conoscere la famiglia e tu te ne vai?

È importante, devo andare.

Chissà se lo aveva riconosciuto, quel ragazzo che tutte le mattine incontrava a Borgo Rivera, mentre lei saliva a piedi verso il centro della città e lui scendeva, oltre le mura. A quei tempi, Mara abitava nelle vicinanze della Stazione Ferroviaria.

Uno di questi giorni devo trovare il coraggio di avvicinarla, magari con una scusa.

Ma era arrivato prima il fratello e Giovanni si sarebbe dovuto fare da parte.

Si sposarono l’aprile successivo e dopo diciotto mesi, arrivò Tommaso. Un altro anno e mezzo di pace e poi l’inferno.

Giovanni vieni, corri! Nicola è svenuto, ha avuto come delle convulsioni. Ti prego, corri. 

Arrivo, tu intanto chiama l’ambulanza. Giovanni era salito sulla sua moto così come stava per casa, indossando al volo le scarpe. Aveva attraversato velocemente l’area pedonale del corso fino alla Fontana Luminosa, preso il Viale dello stadio e in cinque minuti era arrivato a casa del fratello.

Dov’è? 

È in bagno, per terra, non si muove!

Lo caricarono in ambulanza poco dopo. Salì anche Mara. Tommaso lo presero i vicini. Giovanni seguiva in moto.

Ha un tumore al cervello, deve operarsi d’urgenza. Quante speranze ci dà, dottore? Poche, signora, poche.

Tra una crisi epilettica ed un ricovero, Nicola visse altri tre anni. Del padre, Tommaso avrebbe ricordato: era sempre in camera sua con la luce spenta e siccome non riusciva a prendermi in braccio, allora io mi stendevo vicino a lui. Dormiva, il più delle volte. Ma quando era sveglio, diceva di volermi bene e mi accarezzava la testa.

Aveva sei anni quando il padre morì.

Fu il nonno a dirglielo, appena dopo cena. Il telefono era squillato già da un po’ e Tommaso era rimasto da solo in sala da pranzo, a guardarsi le gambe che ciondolavano dalla sedia. Poi era arrivato il nonno e l’aveva preso per mano. 

Vieni, andiamo in giardino. Sai Tommy, tenendogli la mano, oggi papà è salito in cielo. Ha lasciato detto che devi prenderti cura della mamma ché ormai sei un ometto.

Tommaso guardò il nonno poi il cielo e poi di nuovo il nonno. Sapresti indicarmi quale stella è papà? Quella lì, fece il nonno indicando, con la mano libera, la più luminosa di tutti, la vedi? 

Io sì. E lui mi vede? Sì Tommy, da lassù papà ti vede e ti protegge.

Difficile da capire, non restava che fidarsi.

Era una notte calda di agosto. Tommaso chiese di dormire in mezzo ai nonni, nel lettone della casa del mare; Mara li avrebbe raggiunti quando sarebbe stata in grado di abbracciare il figlio senza sciogliersi col pianto.

Sei impegnata venerdì sera? Che giorno è, aspetta! Come che giorno è, venerdì, dopo domani!

No, intendevo, che numero! Va bene non fa niente. No, comunque, non sono impegnata.

Vogliamo uscire, che ne dici? 

Sì, dico di sì!

Allora vengo a prenderti intorno alle 19.00 così facciamo due passi e poi restiamo in centro a farci un boccone.

Ok, allerto i vicini.

Perché proprio me, si era chiesto ripetutamente Giovanni, in quei giorni. E perché non è successo prima? Non riusciva a pensare che a quello. Non sapeva se attribuire il cambiamento di Mara ad un gioco del destino o ad uno stato di disperazione della donna.

La verità è che la vicenda del fratello li aveva attaccati inevitabilmente e per sempre.

Insieme si erano presi cura di lui, insieme lo avevano salutato per l’ultima volta. 

Non appena l’assenza di Nicola era divenuta sopportabile, Mara aveva iniziato a guardare Giovanni come si guarda un uomo. Non lo vedeva come il fratello di suo marito, non più.

Inconsapevolmente, nella sua testa, stava alimentando il pensiero di avere, di nuovo, qualcuno al suo fianco. 

Erano passati quattro anni dalla morte di Nicola. 

Prima di uscire, quella sera, Mara si fermò a guardare la foto del marito. Gli sorrise e disse grazie, stringendo la cornice al petto. 

Cenarono all’aperto, su Piazza Chiarino e fu come se fosse la normalità, ovvero come se fosse successo da sempre. Di ritorno, poco dopo l’ingresso principale dello stadio, Giovanni cinse le spalle di Mara. Una manciata di minuti e sarebbero arrivati a casa di lei.

Vuoi salire? chiese Mara.

Correrò questo rischio, rispose Giovanni. 

Il portone si chiuse per riaprirsi l’indomani. Tommaso, felice, aveva subito annusato l’arrivo di un padre. 

 

 

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